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SPILLO/ La crisi ci fa mangiar di meno? Per favore, non diteci che siamo migliori

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Il recente studio di Unioncamere è molto chiaro al riguardo: gli italiani hanno ridotto la spesa alimentare di oltre due miliardi di euro l’anno, ritornando ai livelli degli anni 60. In parole povere un italiano su due acquista solo l’essenziale, sta attento agli sprechi, riduce le quantità, oltre che la qualità.

All’inizio della crisi le famiglie si sono organizzate cercando di risparmiare facendo attenzione alle offerte, selezionando i supermercati, scegliendo prodotti simili ma meno cari; adesso però si riscontra un vero e proprio cambiamento nei consumi: si rinuncia ai prodotti superflui, calano gli acquisti di bevande gassate, vino, olio di oliva. Calano anche quelli dei prodotti dolciari, come le merendine confezionate, i pasti extra-domestici (-2,5%) mentre si riduce la produzione di cibo pro-capite (passata dai circa 550 chilogrammi del 2006 ai 502 del 2012). Mangiamo di meno, insomma.

Aumenta la produzione di dolci casalinghi, si consumano i pasti a casa. Aumenta anche la coltivazione e cura del verde (oltre il 17% di quelli che si dedicano a un orto hanno iniziato negli ultimi cinque anni, proprio in coincidenza con l'avvio della crisi economica). Crisi che insegna a amare la natura...

“Le famiglie italiane - ha commentato il presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello - sono state costrette dalla crisi a industriarsi in mille modi per ridurre il costo delle spese e far quadrare i bilanci a fine mese”. Ho sentito anche altri commenti, tra la gente comune ma anche sui media, tra gli esperti, con toni addirittura positivi: a quanto pare è finalmente finita l’epoca degli sprechi, degli scarti alimentari, dei consumi forsennati, dei capricci; ci sarebbero in fondo molti lati positivi in questi cambiamenti, il ritorno a tempi più “sani” in cui si mangiava meno e meglio, si mangiava a casa, si prestava attenzione al valore del cibo. La gente era più magra, più sana. La gente curava il verde, gli orti erano biologici.

Ma è proprio vero? Ci voleva una crisi economica profonda e sconvolgente per cambiare vizi e difetti? O meglio: c’è veramente un lato “educativo” in questa crisi? Possiamo guardare positivamente al mezzo-pieno di questo bicchiere (amaro, peraltro)? 

Ho un sospetto profondo, sono perplessa e scettica al riguardo. Non è questo un rifugiarsi nella solita manfrina del “si stava meglio quando si stava peggio” o forse sarebbe meglio dire, “si sta meglio adesso che stiamo peggio”?

I miei dubbi sono forti; innanzi tutto perché i dati rivelano una medaglia a due facce e quella rovescia è molto brutta: davvero mangiamo “tutti” meno? Altrimenti c’è chi fa la fame, chi mangia dal meno al meno di niente...

Davvero mangiamo meglio? Lo sappiamo tutti che la qualità ha un prezzo: quello che costa “molto meno” vale veramente di meno. E allora la salute è in pericolo.


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