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PROCESSO MEREDITH/ L'accusa: l'alibi di Raffaele Sollecito è falso

Attacco all'alibi di Raffaele Sollecito da parte del sostituto procuratore: alibi falso quello del computer, ha detto in aula. Tale alibi falso diventa anzi un indizio

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Nel nuovo processo in corso sul delitto di Meredith Kercher, il sostituto procuratore Alessandro Crini tira in causa Raffaele Sollecito. Nelle sue parole l'alibi dell'accusato sarebbe falso. Come si ricorda, il Sollecito ha sempre sostenuto che nelle ore del delitto si sarebbe trovato a casa sua a lavorare al computer. Ma tale alibi, dice l'accusa, è palesemente falso. Anzi, è un alibi che diventa indizio, come, ha aggiunto, ha spiegato anche la Cassazione. Si tratta di un elemento, ha detto ancora, che trova riscontri negativi negli accertamenti dei consulenti e quindi tale risultanza conferisce dignità al ragionamento sulla possibile falsità dell'alibi. "La base di alcuni indizi non ritenuti sufficientemente provati, ha aggiunto il procuratore. "Richiedo alla Corte di Firenze di non rifare quell'errore (a proposito dell'alibi dell'impitato). Credo che il ragionamento debba essere rovesciato. Alla Corte compete il momento più delicato, valutare la sufficienza del quadro indiziario. Nel momento in cui si atomizzano gli elementi, è chiaro che si ricorre a quegli espedienti che fanno dire a, separa invece di unire" ha poi aggiunto.

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