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CARCERI/ Da Italia e Brasile esperienze da imitare

Pubblicazione:martedì 26 novembre 2013

Un detenuto in carcere (Immagine d'archivio) Un detenuto in carcere (Immagine d'archivio)

Recidiva al 10%, detenuti che lavorano, centri di recupero accoglienti e senza polizia. Un’alleanza tra società civile, giustizia italiana e brasiliana per affrontare il problema dei diritti umani nelle carceri


Tremila detenuti che vivono in carceri senza armi né guardie penitenziarie. Sono i risultati di un innovativo sistema carcerario, sperimentato in Brasile dalle Apac (Associazioni di Protezione e Assistenza ai Condannati). I centri di recupero gestiti da associazioni con il protagonismo degli stessi condannati e della società civile sono in grado di far precipitare il tasso di recidiva dall’85% fino al 10%, di abbassare di due terzi i costi, oltre a garantire ai “recuperandi” condizioni di vita dignitose e un più semplice reinserimento in società.

Attraverso il Programma europeo EUROsociAL, Italia e Brasile collaborano per migliorare i propri sistemi penitenziari mettendo in comune le proprie eccellenze. Da una parte il modello delle cooperative sociali che valorizzano il lavoro dignitoso e produttivo nelle unità carcerarie, dall'altra l'esperienza Apac. Nell'ambito di EUROSociAL, Avsi, che da anni sostiene in Brasile l'esperienza Apac, la Cooperativa Giotto, esempio in Europa in tema di lavoro nel carcere, promuovono un incontro in Senato il 29 novembre con i rappresentanti delle istituzioni e i fautori della “metodologia Apac”. Obiettivo: mettere a punto dispositivi per una detenzione efficace anche in Italia, da inserire nel nuovo “piano carceri” sul modello delle Apac e aprire un confronto sui temi di efficacia e dignità delle pene. La delegazione italo-brasiliana incontrerà il presidente della Commissione diritti umani del Senato Luigi Manconi, il presidente della delegazione italiana al Consiglio d’Europa Sandro Gozi e rappresentanti del Ministero della Giustizia.

 In Brasile, il metodo sperimentato dalle Apac è già entrato a far parte dell’impianto ufficiale: sono oltre 3mila i detenuti, che vivono in 40 centri in tutto il Brasile e collaborano con le imprese locali, tra cui la Fiat Brasile. Il metodo Apac non è sono solo un modello di recupero, ma una modalità di espiazione della pena focalizzata sulla risocializzazione reale dei condannati, senza alcun coinvolgimento della polizia penitenziaria: sono gli stessi “recuperandi” – questo il termine che sostituisce la parola “detenuti” nel gergo Apac - che hanno in mano le chiavi delle loro celle e diventano responsabili della sicurezza e delle fughe, in un’ottica di autogestione che ha abbattuto il tasso di recidiva e migliorato le condizioni di vita nei centri. Un’esperienza virtuosa, in uno dei più popolosi e disumani sistemi carcerari al mon-do. Tanto da spingere la Commissione Europea, lo scorso 26 novembre, a scegliere l’esperienza delle Apac come esempio da seguire nel corso della più importante piattaforma europea di dibattito sul tema dei diritti umani (gli European Develo-pment Days).


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