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CARCERI/ E se portassimo in Italia il modello brasiliano?

Pubblicazione:lunedì 4 novembre 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 4 novembre 2013, 11.01

Un momento della missione in Brasile Un momento della missione in Brasile

Potrebbero essere considerate un esempio di sussidiarietà applicata al mondo del carcere. Che fa risparmiare lo Stato. I costi delle Apac ammontano a un terzo rispetto ai costi dei centri comuni e la recidiva si attesta a circa il 10 per cento rispetto al 70/90 per cento registrato nel sistema penitenziario ordinario. Nelle singole Apac inoltre sono ospitati circa duecento detenuti. Le celle per gli standard europei sono sovraffollate ma con una differenza sostanziale: i recuperandi (non li chiamano detenuti) vi passano non più di otto ore al giorno. Il resto della giornata è dedicato ad attività di studio, formazione, incontro con familiari, psicologi, volontari e a lavori artigianali come lavoro terapia.

Proprio sul tema del lavoro il governo brasiliano ha richiesto l’aiuto europeo, guardando all’esperienza di tante imprese e cooperative sociali come ad esempio Officina Giotto nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova. I brasiliani sono convinti che potenziando il componente lavoro nelle Apac i risultati sarebbero ancora migliori, potrebbero essere estesi a livello federale e, perché no, mondiale. L’interesse è reciproco anche da parte europea, come ha dimostrato la visita ad una Apac nello scorso maggio di una delegazione formata da tutti gli ambasciatori dell’Unione Europea e la richiesta di presentare il caso Apac nell’ambito degli European Development days il prossimo 26 novembre a Bruxelles.

Ecco perché la collaborazione tra Italia e Brasile è così importante, nonostante stiamo parlando di qualche migliaio di detenuti coinvolti (i reclusi nelle carceri brasiliane sfiorano quota 550mila). Prossima puntata: la visita di una delegazione di imprenditori, magistrati e funzionari del DePen brasiliano al carcere di Padova e poi a Roma per un convegno sul futuro del carcere. Più società e più lavoro: potrebbe essere questa la ricetta giusta per i mali del carcere, di qua e di là dell’oceano?



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