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Cronaca

IL CASO/ Dalla Cina una lezione ai cristiani (da non seguire)

Dalla Cina arriva la notizia che la tv di Stato fa raccontare ai condannati, reclusi nelle patrie galere, i loro misfatti e le pene cui sono stati condannati. FEDERICO PICHETTO

Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)

Dalla Cina arriva una notizia decisamente singolare: la tv di Stato - in prima serata - fa raccontare ai condannati, reclusi nelle patrie galere, i loro misfatti e le pene a cui, per tali comportamenti, sono stati condannati a scontare. Lo scopo dell'iniziativa è culturale e civile: mostrare che il male viene punito e usare dei "rei" come deterrente dissuasore nei confronti di quanti possano essersi incamminati sulla medesima strada. Insomma, con una battuta si potrebbe affermare che - finalmente - al mondo c'è uno stato che educa i cittadini attraverso delle testimonianze.

La notizia è interessante perché mostra come l'unico collante che riesce a tenere unito un paese grande come la Cina sia la paura e il bisogno di giustizia. Davvero l'unità di cui sono capaci gli uomini sembra sorgere o dal metus hostilis di romana memoria o dalla sublimazione della violenza primordiale - generante ogni tipo di rappresaglia in nome della giustizia - in strutture politiche e sociali atte a contenerla e a incanalarla in forme di detenzione appropriate. Il potere, ogni potere, ha paura della libertà e - per questo - si impegna presso il popolo con furore affinché il male sia chiaramente individuabile e fortemente perseguibile, se non addirittura estinguibile.

Queste riflessioni mi venivano alla mente pensando al sacramento della confessione, alla forma di racconto personale del proprio male che la Chiesa chiede come condizione per ogni penitente. Papa Francesco, nel colloquio con Scalfari, ha riportato la questione del male all'origine, alla coscienza. Nessuno sa che cos'è il male. Ognuno sa qual è il proprio male. Il cuore dell'uomo, in quell'intimo sacrario che è la coscienza, è consapevole di che cosa può edificarlo e di che cosa può distruggerlo. I Padri della Chiesa, Ippolito in testa, parlavano di "capacità di epignosis" (riconoscimento) che ognuno di noi possiede in seno al giudizio su quelle piccole grandi cose che sono decisive per la vita. Tommaso, poi, definirà questa innata capacità come un'operazione immediata dell'intelletto, tecnicamente "sinderesi".

Insomma, la Chiesa non è un potere che ha bisogno di identificare un male da combattere per sostenersi e per giustificarsi, la Chiesa è una vita restituita alla sua piena umanità dall'incontro con Cristo. La nostra coscienza, infatti, tende ad addormentarsi e a farsi anestetizzare, abdicando al compito di "sentinella dell'umano", che il buon Dio le ha assegnato, in nome di una più semplice omologazione con la mentalità del potere dominante. Per questo la Presenza di Cristo è così rivoluzionaria: perché strappa l'uomo da tutti i suoi antecedenti e lo restituisce a se stesso "in grado di giudizio autonomo".


COMMENTI
09/11/2013 - Bellissimo! (Francesco Giuseppe Pianori)

Bellissimo! Grazie. Che parole vere!