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Cronaca

IL CASO/ Quel sacrificio dei cinesi a Prato, "pagato" da noi 2 euro l'ora

Tragedia a Prato (Infophoto)Tragedia a Prato (Infophoto)

Ora attendiamo rigorosa ricerca dei responsabili e, come si dice, il corso della giustizia. Di fiducia ne abbiamo sempre meno, ci perdonino le autorità: accanto alla fabbrica andata a fuoco, ce ne sono altre, e altre sorgeranno sulle sue rovine. Prato è un modello, ma situazioni analoghe sono note e in qualche caso palesi in tante città. Che comunità di stranieri colonizzino quartieri, o vi siano costretti dalla necessità, in novelli ghetti, è intollerabile. Che esista una criminalità che organizza vigilanza e punizioni, una cupola "etnica" che si fa beffe delle nostre regole, è intollerabile. Che si pensi di risolvere i problemi dell'integrazione organizzando convegni, utilizzando il tema stranieri a fini partitici, è intollerabile. Come è intollerabile ripetersi che vengono a rubarci il lavoro: chi dei nostri figli accetterebbe condizioni di lavoro come quelle dei solerti operai di Prato? Chi di noi rischierebbe la vita, per mare o in una fabbrica-stamberga emersa da un dagherrotipo antico, o dalle disavventure di Oliver Twist? 

Ai nostri politici che vanno in Cina a stringere necessari accordi economici, ai nostri manager e diplomatici che auspicano rapporti produttivi con la maggior potenza emergente, due parole due sull'esodo dei loro poveri, sull'esportazione delle loro bande criminali, sugli inesistenti controlli che regolano i flussi migratori, prima o dopo i brindisi di rito, potrebbero starci. Non abbiamo più il privilegio delle mafie. Né tutte le responsabilità, se accadono fatti come quelli di Prato, sono attribuibili a noi: ma la politica (e la politica non  basta, ci vuole ogni autorità credibile ascoltata dalla gente), esorti tutti noi a guardare, a non distogliere lo sguardo da quei morti, da quei padri e madri e ragazzi dai volti sconosciuti che nascostamente abitavano una ridente cittadina della nostra Italia. Per cancellare l'omertà (quanti pratesi sapevano?) per esigere che ogni uomo nella nostra terra la abiti a testa alta, considerato come persona, tutelato dalle nostre leggi, così belle, a parole. Meglio parlare di meno di accoglienza e fare senza clamore qualcosa di più. Ministro Kyenge, lei che è giustamente sensibile, lei che è deputata ad occuparsi del caso, dopo le dichiarazioni sconcertate, dopo le visite di rito sul luogo, ne faccia qualcun'altra, a sorpresa. Non si adatti a deporre corone e tenere discorsi, diserti i convegni. Giri qua e là i suburbi, scenda nei sottoscala, si faccia aprire i magazzini, senza preavviso. E ci racconti, perché l'ingiustizia sia conosciuta prima di trasformarsi in tragedia.

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COMMENTI
02/12/2013 - Non retorica ma fatti! (Carlo Cerofolini)

Come anche questa tragedia insegna, di “tolleranza” e buonismo (sic) si può anche morire. Ciò detto, una domanda: ma tutti quelli che ora cascano dal pero e s’indignano dov’erano finora? Tutto è potuto avvenire a loro insaputa? Il "bello" poi è che nessuno si dimette e anzi pontifica pure. Ma che ci facciano il piacere, come avrebbe detto il grande Totò. Inoltre basta con le lacrime di coccodrillo e con la retorica un tanto al chilo. La misura è stracolma, quindi non parole ma fatti e non a spese dei cittadini. Abbiamo già dato!