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LA STORIA/ Leila, Bashir e quella scuola-caserma dove è già Natale

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Fortunato, dice lui, perché ha incontrato maestri e volontari che l’hanno sostenuto e aiutato a studiare. Sono lì presenti, eccoli: la maestra bionda che ha lasciato un posto sicuro alle elementari per insegnare italiano a donne e uomini di ogni età, livello di istruzione, provenienza. Goccia dopo goccia, spiega, si stringono legami, non vengono più a lezione solo per imparare, ma per mettere in comune se stessi.

C’è la professoressa che sta in galera da 27 anni, dice, “fine pena mai”, perché la pena, per lei, è solo quando i suoi ragazzi li vede tornare indietro alla Dozza, dopo la scarcerazione, e ricomincia daccapo a voler loro bene, a puntare testardamente su di loro. C’è la direttrice del carcere, che si batte come un leone tra burocrazia e fondi mancanti, perché i progetti e le presenze amiche non siano stoppati e i reclusi dimenticati da tutti. Nessun pietismo, nessuna rivendicazione urlata: tutti sanno e ripetono che la responsabilità è personale, che la tua libertà è così sacra che sta a te decidere di usarla per il bene. Puoi sbagliare, ma puoi anche capire, e chiedere perdono.

Finito il dialogo animatissimo in palestra c’è una sorpresa: i ragazzi che frequentano i corsi  serali, per poter ottenere la cittadinanza italiana, hanno preparato un buffet. Cus cus, dolci al miele, multietnico vuol dire profumi e sapori di casa, che si vogliono spartire con questa casa. Non importa se i bicchieri e i piatti sono di carta, se  gli addobbi sono gli attrezzi da ginnastica e i cartelloni dei bambini che spiegano le regole dei giochi.  Non è una vigilia, questo pomeriggio qui è già Natale. Qualcosa è accaduto, che cambia il cuore degli uomini.

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