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CAPODANNO 2014/ Leopardi, Pavese e quello stupido spumante di mezzanotte

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Domanda bruciante, nella precisione di quel «particolare»: perché il particolare è il banco di prova della felicità, e – di rovescio – l'equivalenza dei particolari, la filosofia del "va tutto bene, ma niente di particolare" (né un momento né un incontro né un giorno né un amico che salti alla mente prima ancora di doverci pensare) annacqua anche il totale. 

Infatti il venditore, dapprima spacciatore di speranze a buon mercato, deve ammettere infine che non vorrebbe mai «rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati»: eh no, qualcosa andrebbe cambiata, certamente: «ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene». Sicché, ambiguamente, la speranza appare come una sorta di resa a non si sa cosa: «quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?». «Speriamo», risponde ancora il venditore. 

È strano questo filo sottile che separa l'insensatezza (cioè l'immotivazione) di una speranza dalla sua sensatezza proprio perché inestirpabile. Sempre Leopardi scriveva nello Zibaldone che «la speranza, cioè una scintilla, una goccia di lei, non abbandona l'uomo, neppur dopo accadutagli la disgrazia la più diametralmente contraria ad essa speranza, e la più decisiva» (18 ottobre 1820), e che addirittura «la disperazione medesima contiene la speranza» (22 agosto 1821): chi è disperato in fondo spera, appunto disperandosi, di stare meglio.

Come mai ci accade – fin dentro la disperazione o la banalità – di «continuare a sperare»? Folgorante l'attacco di un dialogo di Pavese, I due: «perché noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: "Ne ho viste di peggio" quando dovremmo dire: "Il peggio verrà"?». Da dove nasce questa naturale tendenza al positivo? La sufficienza cinica con cui tanti guardano la speranza è contronatura in quanto schiuma di una giovinezza estinta: infatti «s'invecchia in due modi: o non sperando più nulla nemmeno da sé (impietramento, rimbecillimento, ecc.), o sperando soltanto da sé (operosità)» (Il mestiere di vivere, 24 novembre 1938).

Qui Pavese apre la grande partita: come fa la speranza a tenere, cioè a non essere campata in aria? e da chi o da che cosa speriamo? I vecchi, evidentemente, hanno chiuso la questione, e magari erano proprio, fino a qualche anno prima, sognatori incalliti: ma il «cinismo» dei «trent'anni» è il «rovescio» dell'«ingenuità» dei «venti» (Il mestiere di vivere, 9 febbraio 1939). 


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