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CAPODANNO 2014/ Leopardi, Pavese e quello stupido spumante di mezzanotte

Pubblicazione:martedì 31 dicembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 31 dicembre 2013, 10.54

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L'ingenuità dell'Anno che verrà o del venditore d'almanacchi o dello spumante di mezzanotte è anche accattivante, ma si strozza, a stretto giro, nella disillusione. Allora diventa urgente: come la speranza può non essere ingenua? Ossia: potrà mai succedere un riderci dentro anziché un riderci sopra? E su chi si può fondare? Davvero su di me, sulla mia «operosità»? 

Forse può aiutarci un verso immenso dell'Inferno, quando Virgilio dice di loro, gli spiriti tristi del limbo: «sanza speme vivemo in disio». Che strazio un desiderio senza speranza! Il desiderio non lo puoi togliere, ma senza speranza che razza di desiderio è? È – direbbe Edgar Lee Masters – «the torture / of restlessness and vague desire»: sì, lo desidero, mi piacerebbe che la vita cambiasse ma… come si fa? non ci spero più. Cosa mancava a uomini pur intelligentissimi? Incontrare qualcosa capace di trasformare il desiderio in speranza: perché – ha scritto il cristiano Péguy – «la speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna essere felice, bisogna aver ottenuto, aver ricevuto una grande grazia»: bisogna aver visto che il cambiamento che desidero per me succede in qualcuno. 

Questo fa sperare davvero: infatti cosa accadrebbe se quello che speri non si realizzasse o addirittura, tornando a Dalla, «se quest'anno poi passasse in un istante»? Il trauma nascosto in tante aspettative ingenue si annida appunto nel fatto che uno spera da quel che fa, anziché in quel che fa. Allora «vedi amico mio come diventa importante che in questo istante ci sia anch'io». Qui sboccia la differenza: esserci «in questo istante». Perché la speranza traspare, in fondo, nell'«istante», è una virtù vertiginosamente presente. È in questo istante «in particolare» che si vede una faccia che spera e una che finge: chi ha ragioni, presenti, di sperare, e chi non ne ha, e allora deve dimenticare sempre il particolare, saltarlo, riderci o berci o ballarci sopra, aggrappandosi a chissà cosa.

Ecco la vera novità, chiude Dalla: «io mi sto preparando». Ognuno, a San Silvestro, ma anche ogni mattina, si prepara a modo suo. Da me non si schioda quell'espressione perfetta del Piccolo principe: «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. […] Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore». Spera davvero chi ha un appuntamento preciso con qualcuno; perché la speranza, in fin dei conti, è la risposta a qualcosa o a qualcuno che succede, alla vita che succede. E spera soprattutto chi sa «in particolare» quando, dove, «a che ora», arriva quello a cui rispondere, quello per cui vale la pena prepararsi il cuore. 


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