BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CAPODANNO 2014/ Leopardi, Pavese e quello stupido spumante di mezzanotte

Pubblicazione:martedì 31 dicembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 31 dicembre 2013, 10.54

Infophoto Infophoto

CAPODANNO 2014. «Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando»: così Lucio Dalla nella celebre L'anno che verrà. Alla fine di un anno difficile, come il 1978 di quella canzone o il nostro 2013, l'unica alternativa sembra sognare la «trasformazione» delle circostanze. Addirittura «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno»: sarebbe bello, e non è nemmeno necessario andare in Venezuela, dove il presidente Maduro ha anticipato, appunto, la festa del Natale in nome della «Suprema felicità del popolo» a cui ha intitolato perfino un ministero: per fare «festa tutto il giorno» si possono guardare tante giornate di queste due settimane vacanziere, che per molti adolescenti (anche cresciuti) scorrono senza pretese, tra risvegli al fuso orario thailandese e trascinamenti fra tavoli di pandoro e tavoli di carte. 

Intanto la televisione azzarda, nei versi di Dalla, anche una via d'uscita dalla crisi economica: «Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno». Il miracolo non finisce qui: «anche i muti potranno parlare». Soprattutto «si farà l'amore ognuno come gli va», e finanche la Chiesa sarà come piace al mondo: «anche i preti potranno sposarsi». Insomma, il potere mette sul piatto le sue (piccole e poche) lusinghe e mette nella bocca della gente, in maniera sempre più persuasiva, le messianiche parole d'ordine del cambiamento: "Cosa si aspetta, signora, dal nuovo anno?". E la signora, addestrata dagli oroscopi, snocciola la sua sapienza su salute, denaro, fortuna, serenità eccetera. 

«Vedi caro amico cosa si deve inventare per poter riderci sopra, per continuare a sperare?». Ma sì, ridiamoci sopra, almeno. Lo sappiamo: non sono che sogni a occhi aperti, effimere evasioni dall'amarezza del reale, un po' di fantasia che sdrammatizza. Ma come mai – mi chiedo – è inesorabile, giusto o sbagliato che sia, inventarsi qualcosa «per continuare a sperare»

Un secolo e mezzo prima di Dalla, Leopardi immaginava il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere. Alla domanda «Credete che sarà felice quest'anno nuovo?» il venditore, pur di rifilargli un almanacco, ostenta una sicurezza direi televisiva, sostenendo che lo sarà «più più assai» dell'anno vecchio. Ma quest'ottimismo gratuito viene messo in crisi dall'incalzare del viandante: «Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?». «Signor no, non mi piacerebbe»: la speranza del venditore non si fonda su qualcosa di concreto ma su un futuro vaghissimo, perché non ha nessuna vera risposta all'altra domanda del passeggere: «Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?».


  PAG. SUCC. >