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PAPA/ Benedetto, i giornali e quel mistero che sfugge

Pubblicazione:mercoledì 13 febbraio 2013

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In questi giorni è importante leggere i giornali. Ieri, anzitutto. Sapevamo già tutto, la notizia del secolo era stata dettata da una giornalista dotta in latino alle agenzie di tutto il mondo, lunedì, ore 11.40, più o meno. Ma ci confortava, nello smarrimento, nelle tante domande che devono restare aperte, scorrere le prime pagine, a rendere memorabile quell’11 febbraio, a fissarlo nella storia personale e del mondo. E invece, banalità, travisamenti, interpretazioni frettolose e fuorvianti. La  Stampa: “L’addio del Papa deciso un anno fa”. Davvero? O solo qualche mese? E magari con un’accelerazione improvvisa? O non era una decisione, ma un pensiero, reso inderogabile da qualcosa che non conosciamo? Il Foglio, tramutato con amabile  e reverente ironia ne Il Soglio, è autoreferenziale: “Il prevedibile addio del professor Ratzinger”. L’avevano previsto, beati loro.   Miliardi di uomini attoniti erano evidentemente distratti o poco acuti. Poi, quel “professore”: un omaggio all’intellettuale, ma un Papa è altro. 

Il Corriere apre le virgolette: “Non ho più le forze, perdonatemi”. Ma dopo quella virgola, c’erano altre parole, e l’imperativo, più una preghiera che un ordine, era riferito ai “difetti” personali, diceva letteralmente il Papa, non al gesto della rinuncia al regno. Quel titolo accentua la debolezza, il cedimento, da confessare come una tentazione umanissima. Ma non sono parole da Papa, a meno che piaccia la desacralizzazione, la diminutio di questa figura riconosciuta tra le poche autorevoli per il mondo intero. Attenzione, è apparentemente l’inchino ad un’umanità piena, capace anche di sospirare la propria incapacità.  Ma è la sua riduzione all’uomo comune, che non tiene conto di quel sigillo, “vicario di Cristo”, cui è stato dato il compito di Pastore universale. 

Più drastico Il Giornale. “Amen”. E sopra: “Il Papa scende dalla croce”, riprendendo una frase forse inopportuna del cardinal Dziwisz, che suonava come un confronto impietoso, e una condanna, anche s è stata frettolosamente spiegata e ridimensionata. Quell’Amen è la pietra tombale su un pontificato, la traduzione del senso comune che dopo un Papa se ne fa un altro, o è il “fiat” di Cristo, di Maria, “sia fatta la volontà del Padre”? Sono due accezioni ben diverse, e noi purtroppo usiamo soltanto la prima. Solo Avvenire fa presagire quel “fiat”. “L’umiltà di Pietro”. La sua dipendenza  dal disegno di un Altro, cui conformarsi con arrendevole dedizione. Basta che quell’humilis non ricordi troppo e soltanto la terra, cui l’etimologia lo lega. Un Papa, lo crediamo, dobbiamo crederlo, ha gli occhi rivolti al cielo. Ma per chi non riesce a tenere gli occhi fissi in alto, è più facile ridurre la sua grandezza, farne uno di noi, come noi, che siamo tano incapaci di portare i pesi e le croci. 


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