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Cronaca

PAPA/ Abbruzzese: quella di Benedetto è la stessa scelta di Giovanni Paolo II

Karol Wojtyla (InfoPhoto)Karol Wojtyla (InfoPhoto)

La modernità, abituandoci a mutamenti continui e facendo del nuovo una banale consuetudine, produce un effetto soporifero stupefacente. Ci abitua a recepire e metabolizzare ogni cosa, convinti sempre e comunque che alla fine tutto sia come prima, quando invece nulla rischia di esserlo più. Distratti dalla storia infinita di un’economia mondiale che ci fa vivere al ritmo dell’altalena delle borse, ma anche scossi dai traumatismi destabilizzanti e mortiferi dei conflitti internazionali, ci stiamo preparando a subire cambiamenti di portata incalcolabili nella logica della paternità/maternità ed in quella del fine vita, con la superficiale noncuranza dell’eterno silenzio-assenso che è il vero cloroformio culturale del relativismo contemporaneo. Il fatto cristiano, che è l’incarnazione di Cristo, è relegato nell’angolo delle memorie care senza che lo si rintracci nella storia del mondo del quale è l’anima. Tutto scorre ma è la presenza di Lui che viene meno, nell’indifferenza.

Dopo aver scosso l’universo cattolico con la parola, Benedetto XVI non può che passare, proprio come il proprio predecessore, ai gesti concreti. Se per Giovanni Paolo II questi si sono sintetizzati nella sua straordinaria volontà di esserci e di comunicare anche quando tutto il suo corpo glielo impediva (e nel fare questo si è fatto riconoscere ed amare da tutti), per Benedetto XVI, data la capacità della modernità di annettere ogni dichiarazione pontificia nella propria rubrica delle novità, anestetizzandola, il gesto più radicale diviene quello di riempire il mondo con lo scandalo della poltrona vuota. Esattamente come Giovanni Paolo II concludeva simbolicamente il suo pontificato con un “alzatevi, andiamo”, Benedetto XVI costruisce la stessa esortazione, ma in un modo ancora più radicale, adeguato al frastuono contemporaneo: obbligandoci ad alzarci. Quello che per il primo era il sacrificio di ignorare i dolori del fisico che lo minava per continuare il suo ministero, per il secondo è quello di abbandonare quest’ultimo per segnalare un’assenza nel mondo ancora più rilevante: quello di Cristo stesso. Il primo ha rinunciato al proprio stesso corpo, continuando ad esserci anche quando questo glielo proibiva umiliandolo, il secondo ha rinunciato al più alto carisma d’ufficio quando ha compreso che questa era la provocazione più efficace affinché tutta la Chiesa si scuotesse dal torpore e riprendesse coscienza della propria speranza e delle proprie ragioni.

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