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Cronaca

PAPA/ Abbruzzese: quella di Benedetto è la stessa scelta di Giovanni Paolo II

Anche SALVATORE ABBRUZZESE commenta la decisione di Papa Benedetto XVI di voler lasciare il Pontificato dal prossimo 28 febbraio: la sua scelta, spiega, "è in primo luogo una ferita"

Karol Wojtyla (InfoPhoto)Karol Wojtyla (InfoPhoto)

Un papa, questo papa, che decide di dimettersi è, in primo luogo, una ferita. Il fatto che non sia la morte a separarci dalla sua figura di pontefice, ma la sua scelta, quella di “non farcela” dinanzi ai nuovi compiti che arrivano, almeno in un primo momento non può che spaventare. Si parla, inopinatamente, di adattamento alla modernità, vedendo in ciò la normale stanchezza di una guida che prende atto, certamente con coraggio, del momento di “passare la mano”. Si realizzerebbe così l’omologazione al mondo di una Chiesa “finalmente moderna”, che pone fine ad un’anacronistica eccezione. Ma proprio qui il confronto non regge: dove sono i massimi dirigenti che, oggi come ieri, se ne vanno? Chi conosce, nel mondo, figure al vertice del potere – di qualsiasi potere – che, in un quadro istituzionalmente garantito affinché nulla intacchi il loro dominio, dopo aver diretto con indiscussa maestria, scelgono di abbandonare posto ed onori quando tutto è ancora saldamente e lucidamente nelle loro mani?  Il mondo secolare non conosce una simile scelta. Il potere viene sempre abbandonato con mestizia, sotto il peso di circostanze inevitabili, non sotto l’intuizione di servire un bene più grande, nettamente al di sopra della propria stessa persona. Non è per adattarsi al mondo moderno, ma per contestarlo nella sua radice più profonda, quella del potere, che Benedetto XVI vibra la sua sfida definitiva.

Ci vorrà tempo per capire la portata della scelta epocale di un papa che interrompe il proprio pontificato nel pieno del proprio regno e di un prestigio universalmente riconosciuto, quando anche le sue stesse forze fisiche, per quanto piagate dalla clessidra del tempo, sono ben lontane dall’impedire quella lucidità intellettuale che contrassegna ogni suo discorso e che è avvertita, per il suo rigore, anche al di fuori della comunità ecclesiale cattolica.

Eppure il minimo che si può e si deve fare per rispettare il suo gesto è prenderlo sul serio per l’orizzonte problematico che implicitamente indica. Se il nodo è quello della stanchezza personale e della conseguente percezione di un’inadeguatezza dinanzi alle sfide del mondo, il problema risiede allora nella dimensione assunta da quest’ultime: una dimensione che – proprio in quanto non concede più la possibilità di un sereno e, date le risorse della scienza medica, probabilmente lento affievolirsi della vita fisica e psichica – richiede un rinnovamento immediato dello sforzo di tutti e di ciascuno. Decidendo di lasciare il pontificato, Benedetto XVI ci rivela ampiamente la dimensione reale della sfida contemporanea e la battaglia senza mezzi termini nella quale la Chiesa universale è ingaggiata.