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PAPA/ Esposito: chi si è accorto che l’"incapacità" di Benedetto è anche la nostra?

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Di fronte alle tante reazioni e ai mille commenti sulla rinuncia di Benedetto XVI al ministero di Vescovo di Roma, letti e ascoltati in questi giorni, si ha come l’impressione che non sia affatto scontato riuscire a cogliere fino in fondo ciò che è veramente in gioco in questo gesto storico. E non mi riferisco soltanto a quelle evidenti letture di ordine politico-ideologico che, anche da posizioni diverse o opposte fra loro, hanno cercato letteralmente di “costruire” il senso di una notizia senza riuscire a comprenderla nei suoi fattori essenziali, quelli detti esplicitamente dal Papa nella sua stessa Dichiarazione.

Come se si dovesse ad ogni costo trovare, come criterio di giudizio, una categoria sotto cui rubricare l’evento: dall’emergere della nascosta fragilità del potere papale alla fine della sua sacralità millenaria; dall’irrompere della modernità critica e della laicità dubbiosa nella dogmatica tradizione vaticana, al cambio di modello della funzione di Pietro nel governo della Chiesa. Fino all’enfasi posta su quello che da più parti si ritiene il punto più dolente e “segreto” della decisione, quello della grande solitudine di un uomo in mezzo alle divisioni e alle faide dei partiti curiali, un “sovrano” che non potrebbe contare neanche su alcuni dei suoi più stretti collaboratori, e che sceglie un gesto clamoroso per uscire dallo stallo.

E invece quel che è in gioco è qualcosa di diverso, cioè l’irrompere di un fatto che mette in discussione le nostre abituali categorie di giudizio – troppo ridotte in partenza per spiegare un evento di questa portata – e che al tempo stesso ci costringe a chiederci se vi sia un fattore che possa renderlo realmente intelligibile. Insomma, un capovolgimento di metodo: giudicare il fatto a partire da quello che esso mostra (a mio parere con evidenza), senza presumere o fingere di sapere già di cosa si tratti. Ritengo che questa sia una sfida non solo per gli osservatori “esterni” alla Chiesa, ma anche per i cristiani, e per un motivo semplice: che tale fattore determinante non è un presupposto che già si possegga o che si sia appreso una volta per tutte, ma ha la natura di “accadere”, di mostrare cioè la sua presenza e la sua verità nell’esperienza concreta di un uomo – del Papa come di ciascuno di noi.

Questo fattore è il rapporto tra la nostra coscienza e la presenza misteriosa di Dio nella storia. Con un tono – ed un metodo – che sembrano presi direttamente dalle Confessioni di Agostino, Benedetto XVI afferma di «aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio» (conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata), raggiungendo così la certezza (ad cognitionem certam perveni) di non avere più le forze per esercitare il ministero petrino e amministrare la Chiesa di fronte alle grandi sfide per la vita della fede. Il fattore decisivo è semplice ed evidente: la coscienza di me di fronte al Tu che mi chiama e insieme la presenza di questo Tu che riaccade nella domanda che diviene certezza.


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