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PAPA/ De Marco: e ora senza Benedetto chi "salverà" il Concilio?

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Le quasi due pagine sulla discussione ecclesiologica delineano un movimento di cui la mia generazione era ancora ben consapevole, ed altre posteriori (e anzitutto teologiche) hanno dimenticato: anzitutto l’innesto della teologia del Corpo Mistico nella ecclesiologia societaria, e la consapevolezza di un “noi” (ognuno di noi e noi tutti) incorporato all’Io di Cristo; poi la discussione sul Corpo episcopale, la “continuazione del Corpo dei Dodici”; infine l’integrazione  dovuta alla nozione di “popolo di Dio” - per cui noi che non siamo l’antico Popolo del Patto “diventiamo Figli di Abramo, quindi Popolo di Dio entrando in comunione con il Cristo”. La nozione di Comunione, postconciliare almeno in quanto messa a tema dalla teologia, fa convergere la “nuova” ecclesiologia trinitaria (Popolo, Corpo, e Tempio [dello Spirito]) verso la comunione sacramentale: eucaristica, gerarchica e totale (la Chiesa nello Spirito santo). Ma il “noi”, corpo e comunione, è la Chiesa, “non un gruppo che si dichiara chiesa”; papa Ratzinger è qui chiarissimo nel negare (con riferimento alle forme settarie e militanti del movimento Wir sind Kirche) che il “noi” della incorporazione e della eucaristia sia un noi privilegiato e arbitrario, in antagonismo col Corpo totale e gerarchico e con la eucaristia totale della Chiesa. Uno dei tanti “tradimenti” del Concilio e dell’ecclesiologia di comunione, peraltro fin dai primi anni.

Il denso cenno del Papa alla difficile gestazione della Dei verbum contiene un elogio dell’opera di Paolo VI per la sua vincolante proposta alla Commissione dottrinale di scegliere (liberamente, ma scegliere) tra 14 possibili formule necessarie nel testo della Costituzione al chiarimento del nesso tra Scrittura e Tradizione-Chiesa, data la inconcepibilità cattolica di una “Scrittura fuori dalla Chiesa, fuori dalla Fede [della Chiesa]”. 

Qui la tensione critica di Ratzinger è esplicita e produce in noi un’ansia per il futuro; saprà il nuovo Papa salvaguardare altrettanto fermamente, e con altrettanta dotazione teologica, la Scrittura dall’abuso di autonomia – estranea all’ermeneutica dell’analogia fidei − dell’esegesi cosiddetta “scientifica”. Una esegesi in realtà più che scientifica (a mio avviso) al servizio delle teologie riduzionistiche e antidogmatiche serpeggianti nella Chiesa?  “Perché anche oggi l’esegesi tende a leggere la Scrittura (…) solo nel cosiddetto spirito del metodo storico-critico (…) mai così [importante] da poter dare soluzioni come ultima certezza”. Termina seccamente il Papa: “Qui l’applicazione del Concilio ancora non è completa, ancora è da fare”.

Trascorro sulla preziosa sintesi relativa al plesso dei documenti “ecumenici” e, poi, attraverso la Nostra aetate alla Gaudium et Spes, per sottolineare la diagnosi, mai così esplicita (mi pare) in Ratzinger,  di un altro “Concilio” costruito in contemporanea da dibattiti e da categorie “esterne”, come quella che fa del lavoro dei Padri una lotta politica per il potere, per la decentralizzazione, un nuovo potere dei vescovi e del popolo. Furono omaggi alla profanità (dico con parole mie), e gravi “banalizzazioni del Concilio”, in una “visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave”. Così “il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte di quello reale (…). Mi sembra [però] – termina il Papa – che, 50 anni dopo il Concilio, (…) questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale”.