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PAPA/ Quegli "interpreti" dei Sacri Palazzi che trattano Benedetto come Sanremo

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Non importa se nessuno dice nulla di nuovo o fondamentale, purché se ne parli. Ma che a questo sport si applichino i cristiani, stupisce, e addolora. La gente è sconcertata, ferita, sbalestrata. Non è vero, o almeno, è così per pochi. Per i fedeli che domenica affollavano piazza San Pietro, ad esempio, e che depressi o turbati non lo sembravano affatto: un po’ tristi, certo, perché a quella figurina bianca che parla con esile voce potente ci eravamo affezionati, e le sue parole, anche l'altro ieri da quella finestra, lasciano presagire un’intelligenza addolorata sulle tentazioni della Chiesa, sull’opera di un demonio che vorremmo tutti relegare nell’immaginario della favola, o della superstizione. Ma i cristiani sono sereni, stanno col Papa, si fidano di lui, si fidano di quello che verrà, pregano perfino.

Basta uscire dal colonnato del Bernini, e già le puntate sul sarà nero sarà tedesco di nuovo si scambiano con cappuccio e cornetto e le schedine del gratta e vinci. Tutto scorre e ci passa addosso, sette giorni a parlare di papa e già si è un po’ stanchi, non ci hanno fatto godere manco l’ultima settimana di Carnevale e il Festival, lo spazio gentilmente concesso all’amnesia nazionale, alla distrazione in senso letterale, uno strappo dal peso di spread e Imu che ci deprimono da un anno e più. Eppure, lo scarto vero è la ventata che arriva da quella finestra del Palazzo apostolico, che si impone ad ogni sguardo sul Cupolone, ancora più grande, e impenetrabile custode di una città e un popolo che in essa ha il cuore.

Non sappiamo reggere il colpo. Bisogna assorbirlo in fretta, voltare la testa, passare col telecomando da quella ad altre piazze, che pongono meno domande. Fino a sabato sera ci si poteva chiedere l’un l’altro se sarà giovane, sarà talentuoso. Se si è fatto notare nel suo paese. Se la critica lo apprezza. E’ anche un bell’uomo. Canta benissimo. Sostituiamo l’espressione con parla benissimo, e si potrebbe trattare del Mengoni di turno o del nuovo papa.

Ora che il festival è finito, abbiamo qualche giorno per divagare tra Monti, Bersani, Berlusconi, l’outsider Grillo, chissà. Dopo, dal 28 febbraio in poi, sarà difficile in coscienza, trovare altri alibi per non stare davanti a quel fatto. E’ per tutti, da quella finestra trarre parole che leggono la realtà e ne offrono il significato. E’ per tutti la possibilità che la distrazione diventi attrazione.



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