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STATO-MAFIA/ Ayala: scaviamo nella "zona grigia". Chiarini: ma Brusca parla a comando

Pubblicazione:sabato 2 febbraio 2013

Nicola Mancino (InfoPhoto) Nicola Mancino (InfoPhoto)

Una ricostruzione storica è possibile, ipotizzabile e probabilmente è più facilmente raggiungibile. È molto più complicata una ricostruzione giudiziaria per arrivare poi a colpe e responsabilità precise. Le ripeto che non invidio il lavoro che stanno facendo alcuni miei colleghi.

Possiamo dire che forse c’è una “zona grigia”, chiamiamola così, dove filtrano informazioni, depistaggi, messaggi obliqui tra uomini delle istituzioni e “uomini d’ onore”, cioè della mafia, che è sempre esistita?
“Posso usare le sue parole, “zona grigia”, ma le tinte sono più fosche. Una relazione c’è sempre stata, fin dallo sbarco degli Alleati in Sicilia; una relazione che magari in alcuni momenti, anche per lasciare un certo “quieto vivere”, è andata avanti senza grandi scossoni, mentre in altri momenti è stata una relazione che si è complicata, che ha avuto degli strappi improvvisi, con le conseguenze che si possono immaginare, anzi con le conseguenze tragiche che abbiamo potuto vedere.

“Quieto vivere” è una condizione che ha delineato spesso nei suoi interventi Emanuele Macaluso, uno che ha combattuto sul campo la mafia come sindacalista.
Conosco Macaluso e lo stimo. Lui fa parte della prima antimafia,  quella che si poteva definire una antimafia sindacale. Ci sono ben 30 sindacalisti uccisi nella storia del dopoguerra e non si è mai arrivati a una vera definizione di quei delitti. Ma, se mi è permesso dire, in quel periodo forse le procure sonnecchiavano e i processi ai boss della mafia si facevano lontano dalla Sicilia: a Viterbo il processo alla banda di Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta, a Bari ci fu il processo in cui Luciano Liggio venne assolto. Oggi i processi sono seguiti e si fanno qui. C’è stato da questo punto di vista un salto di qualità notevole.

Se il giudizio di un magistrato che si è battuto in prima fila contro la mafia è prudente sulle dichiarazioni del superkiller Giuseppe Brusca, il giudizio di uno storico come Roberto Chiarini non è solamente prudente, ma anche scettico. Autore di eccellenti pubblicazioni, Charini è oggi professore ordinario di Storia contemporanea e titolare dell’insegnamento di Storia dei partiti alla Statale di Milano, nella facoltà di Scienze politiche.

Che ne pensa, professor Chiarini, di questa sortita di Giuseppe Brusca?
Mi sembra che si sia preso un bel po’ di tempo il superkiller che si è pentito. Che cosa ha fatto, ci ha pensato dopo 14 anni? Brusca lancia questa accusa gravissima, stroncando un uomo come Nicola Mancino, facendo una sorta di confessione a rate. Ma come è possibile dare credito a un simile comportamento? Una volta per tutte bisognerà pure stabilire che chi diventa un collaboratore di giustizia, un pentito, deve dire tutto e subito e, appunto, non parlare a rate.

A suo parere perché ha fatto una dichiarazione simile in questo momento ?

 


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