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TICKET VISITE/ Borgonovi (Bocconi): Bersani sbaglia, ecco perché vanno mantenuti (ma ridotti)

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Da un punto di vista formale, fare pagare i ricchi sembrerebbe una misura equa. In realtà, in questo modo si creerebbe, come è ormai dimostrato nella storia dei sistemi di tutela della salute, in particolare negli Stati Uniti, un doppio circuito che aumenta il totale della spesa sanitaria pubblica e privata sul Pil e crea delle situazioni in cui veramente l’assistenza pubblica diventa di serie B. Andare verso la gratuita per tutti è una proposta valida, il punto è che gratuità non significa dare tutto a tutti senza fare pagare un euro.

 

E che cosa significa allora?

Per certi tipi di prestazioni che hanno un’incidenza limitata sulle famiglie si può andare verso il copayment, sotto forma di ticket o con altri meccanismi. Ci possono essere misure di ticket che non sono finalizzate a fare cassa, ma che siano modulate in modo tale da disincentivare l’abuso di prestazioni non necessarie. Ad affermarlo sono diversi studi, ma anche diverse esperienze all’estero. La sinistra in passato si è basata spesso sull’idea di rendere gratuito tutto a tutti, sempre e comunque, senza porsi il problema della sostenibilità. Quest’ultimo va posto invece in un altro modo.

 

Lei che cosa propone?

L’Agenas, l’agenzia sanitaria per i servizi nazionali, ha pubblicato dei dati che evidenziano che ci sono delle prestazioni non appropriate. Si cerca quindi di intervenire o con misure di “controllo dell’offerta”, cioè indicatori rivolti ai medici, o di “controllo della domanda”, ad esempio dei ticket a un prezzo simbolico. Il problema della gratuità lo si risolve quindi razionalizzando l’offerta, per esempio andando a evitare che ci siano strutture inefficienti o che ci sia una concorrenza che aumenti i centri a dismisura. In alcune regioni per esempio c’è un eccesso di cardiochirurgie, il cui unico scopo spesso è quello di alimentare una domanda superflua. Aumentando il numero di reparti di cardiochirurgia si aumentano gli interventi, e questi ultimi a volte sono inappropriati.

 

(Pietro Vernizzi)



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