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PAPA/ Nell'Angelus dell'addio l'ultima lezione di Ratzinger e Agostino

Benedetto XVI (InfoPhoto) Benedetto XVI (InfoPhoto)

Pietro non aveva capito che la contemplazione è nella Storia. E non siamo forse noi oggi Pietro? Non certo quello delle chiavi e della pietra, lo zuccone fidato di Gesù, ma quello che avrebbe voluto piantare tre tende tra i sanpietrini nel colonnato del Bernini, gustarsi la sapienza e lo splendore di un uomo conquistato da Cristo, trasfigurato dal suo amore, sicuro e puro nella libertà. L’amico pescatore, stufo delle reti e dei pesci maleodoranti, che avrebbe gridato, “non andiamo, è così bello, così facile con te”. Senza capire che pregare è agire, buttarsi nella mischia, scendere a valle. 

Eppure è stato Benedetto XVI a rispondere al grido muto di una piazza che porta il nome dell’apostolo e che non avrebbe mai voluto lasciarlo. “Il Signore mi chiama”. L’inesorabilità di un compito mi aspetta. “Devo salire sul monte”. È mio il destino di preghiera e meditazione. Poi ha alzato il dito, un atto di inusuale gravità per la sua gestualità misurata. Quasi ardito nella tensione ammonitoria. “Ma questo non significa abbandonare la Chiesa”. Confesso che ho pianto, ascoltandolo. Quando ha aggiunto con il tono che accompagna sempre l’ennesima spiegazione al bambino riottoso, “Se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho fatto fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.  

Dio chiama. Null’altro conta. Poi alla fine la carezza a quella folla compatta, popolare e sincera nell’abbraccio. “Nella preghiera siamo sempre vicini”. Il distacco fa male. È vero. Bisogna avere la fede di Joseph Ratzinger per capirne tutto il senso.

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