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SEQUESTRO ETHAN/ "Se ho dato tutto, perché mi sto perdendo?" Vi spiego il dramma dei veterani

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Infatti. Quello che ho visto io in questi anni in cui ho cominciato a occuparmi di loro è una incapacità di abbracciare quello che è il mio umano, che adesso è un umano cambiato e ferito. Il problema è ricominciare a vivere accettando questa differenza fisica e mentale che puoi avere, percepire se sarai accolto adesso che sei così diverso: questo è il loro dramma.

 

La vostra associazione di quanti veterani si occupa?

Noi siamo una piccola realtà, insegniamo loro a fare un lavoro di tipo amministrativo come contract specialists. Lavorano per l'ospedale curando i contratti e la revisione dei contratti stessi. Attualmente diamo lavoro a cinque persone, negli ultimi anni ne sono passati tra training e assunzione una cinquantina. Poi ce ne sono altri con cui continuiamo a rimanere in contatto e che facciamo assumere quando riusciamo a trovare dei contratti.

 

Come è nato il desiderio di occuparsi di queste persone?

Un giorno mi è capitato di leggere un articolo in cui un veterano di trent'anni diceva una cosa semplice ma drammatica, che riassume il problema. Ho dato tutto di me, tutta la mia vita per difendere la libertà del mio paese, sono tornato e adesso mi sto perdendo. Ho perso la mia famiglia, la casa, non ho più un lavoro e quando mi sveglio devo trovare una ragione per non uccidermi. E' questo che mi ha colpito; ho pensato alla mia vita nella quale il problema non è trovare una ragione per uccidersi, ma per vivere.

 

Come è possibile aiutarli a fare questo passo?

Cercando di far sì che ci sia una speranza, una possibilità di vivere. Questo è quello che ho capito e che mi insegna a vivere con una ragione. Siccome questo è un problema reale, in questi cinque anni abbiamo partecipato alla loro scoperta di un significato del vivere, anche attraverso il funerale di alcuni di questi ragazzi. Vivi sempre in questo confine  tra vita e morte.

 

Puo spiegare?

Qualche mese fa uno di questi ragazzi ci ha detto che attraverso questo lavoro e il bene che ha ricevuto da noi ha trovato una ragione per vivere, una ragione per alzarsi al mattino e di vivere. Cinque anni fa eravamo partiti dal fatto di uno che cercava una ragione per non uccidersi e un altro nella stessa situazione oggi ha potuto dire che ha trovato una ragione per vivere. Cinque persone sono una goccia di fronte all'oceano ma se non si comincia da uno si continua a rimandare il problema aspettando di poterlo risolvere con chissà quale aiuto dall'alto.

 

Quello che li aiuta è essere posti di fronte al significato del vivere?

Non abbiamo la pretesa di risolvere i loro problemi ma che gli sia dato uno strumento per stare nel reale. Uno di questi ragazzi ha lavorato con noi per quasi un anno e adesso è tornato in Afghanistan. Ci ha detto che ha ricevuto un abbraccio tale alla sua persona, tale da farlo ripartire con una speranza che c'è qualcosa che può sostenere la sua vita. 



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