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IL CASO/ Da Guastalla a Stoccarda, quei roghi che non cancellano le domande di chi resta

Pubblicazione:lunedì 11 marzo 2013

Immagine d'archivio (Infophoto) Immagine d'archivio (Infophoto)

I suoi la lascerebbero volentieri a riposare al sabato, quasi non credono che lei si svegli così volentieri per seguirli; ma lei ci tiene, si sente contenta, si diverte a parlare con la gente, si imbacucca nel grembiule bianco e oggi, dopo la pioggia, sembra proprio che sarà una giornata di sole. Le sembra una vacanza stare con la mamma e la zia vicino ai girarrosti dei polli, tutt’e tre sorridono spesso e non solo per far bella presenza con i clienti ma perché rinnovano la loro abitudine a stare insieme; come da piccola, quando le sentiva chiacchierare sedute al tavolo della cucina, lei a mordicchiare la matita mentre faceva i compiti, la finestra aperta verso il giardino e l’odore del basilico e delle erbe nei vasi portata dall’aria fino dentro la stanza.

Che non c’è speranza lo capisce subito, al primo scoppio, e già nonostante le urla sue, della mamma e della zia riesce ad avvicinarsi a loro e a tenersi perlomeno vicine, che finisca in fretta perché il dolore e il calore già le stanno cancellando; al secondo scoppio le sembra di innalzarsi con la fiamma, di evaporare in carne e sangue. Rimane lo scheletro sgretolato del camper incollato sui pneumatici fusi; dello stesso nero orribile dei mattoni che a Stoccarda si aprono a far intravedere la scala lungo la quale i bambini avranno forse tentato di scendere, oppure avranno pianto, lì ad aspettare qualcuno che andasse a prenderli.



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