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PIETRO MASO/ Meluzzi: ha voluto il male, consapevolmente e fino in fondo

Pubblicazione:venerdì 15 marzo 2013

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Il 17 aprile del 1991 Pietro Maso, assieme a dei complici, ammazzò i genitori colpendoli ripetutamente con un tubo di ferro, delle spranghe, un bloccasterzo e altri oggetti. Li colpì più e più volte, infierendo su di loro finché non esalarono l’ultimo respiro. Voleva intascare la sua quota di eredità. Condannato a trent’anni, uscirà il 15 aprile 2013 dal carcere di Opera per effetto di una riduzione della pena derivante da indulto e scarcerazione anticipata. L’opinione pubblica non dimenticherà mai la foto di quel ragazzo elegante, con i capelli laccati e il foulard al collo che, del tutto impassibile e, a tratti, strafottente, assisteva al suo processo. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Alessandro Meluzzi.

Perché si tratta i uno dei delitti italiani ricordati con più orrore?

Per il contenuto simbolico che esprime: l’idea che un ragazzo possa appostarsi in casa per uccidere i propri genitori scuote alcune convinzioni radicali circa il bene, il male, e il rapporto tra genitori e figli. Il movente, poi, era particolarmente turpe perché legato non tanto ad un’esplosione di furore o a uno scompenso momentaneo, quanto a un calcolo rigido, freddo e preordinato volto a impadronirsi di un’eredità, premeditando l’aiuto di complici. Oltretutto, prima che i genitori morissero dovette colpirli ripetutamente. Ci fu un’iterazione della volontà che descrive una ferocia radicata e inarrestabile, ma preordinata e mantenuta. Oltre l’evidente “rottura” profanatoria legata all’uccisione dei genitori, colpiscono, quindi, le modalità del delitto e le motivazioni che l’hanno originato.

Pare che non ci sia stato alcun ravvedimento da parte sua

La mia sensazione è che ci troviamo di fronte ad una personalità radicalmente deforme. Non si tratta di un delitto passionale o di un evento incontrollabile, ma di una personalità pervertita e incapace di percepire le sensazioni e il dolore dell’altro. Per questo, incapace di ravvedimento. Questo, tuttavia, non lo rende non punibile. E, infatti, è stato punito.

Una persona del genere può essere ritenuta colpevole delle sue azioni?

Sì, perché forme come queste di sociopatia e psicopatologia gravi non escludono la capacità di intendere e di volere, ma contemplano una capacità di fare il male pervertita fin dalle origini. Parlerei, dunque, di un male morale radicato fino alle estreme conseguenze e non di un disturbo mentale.

La volontà di compiere il male, quindi, non è messa in dubbio?

Certo. Non ci sono ragioni per cui si possa parlare di capacità di intendere e di volere annullata o diminuita. In questi casi, si conosce il male, si sa che cos’è, e lo si persegue intenzionalmente.

E’ stato detto che Masi è il figlio di quella Verona bene dedita esclusivamente al culto del denaro


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