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Cronaca

J'ACCUSE/ I padroni del mondo per attaccare Francesco usano anche Emanuela Orlandi?

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela (Infophoto)Pietro Orlandi, fratello di Emanuela (Infophoto)

Questa sarebbe la chiesa nuova. Peccato che quest’oggi, all’Angelus, il Papa abbia invitato il mondo ad accostarsi il più possibile al sacramento della confessione. Che abbia invitato a chiedere a Dio misericordia, e ad usarla a nostra volta. Ma confessarsi è un esercizio scomodo, umiliante e trascurabile, su questo si può soprassedere, e tradurre le parole di Papa Francesco in una regola morale, tipo non vendicarsi, non godere del male altrui, basta e avanza.

Che c’entra la storia di Emanuela Orlandi? C’entra, perché l’assillante richiesta di chiarezza, rivolta da subito con contorno mediatico al nuovo Pontefice, è un atto di accusa al buio di tante risposte non ricevute, a tanti misteri non risolti. Si può capire. I familiari hanno il dovere e il diritto di spendere la loro vita per sapere la fine di una ragazza quindicenne sparita dopo una lezione di musica, e risucchiata in un buco nero torbido: finché non sarà esplorato e svelato sporcherà inevitabilmente chiunque l’abbia sfiorato di striscio. L’attentato a Wojtyla, coi Lupi grigi e Ali Agca, che non tace mai, oppure no, erano i servizi segreti bulgari; il caso Calvi e Marcinkus, che tanto sono morti e non possono spiegare nulla, e poi la banda della Magliana, che con film e fiction di Romanzo Criminale è un hit per tutti gli adolescenti.

Però è vero che la ragazza, figlia di un dipendente vaticano, è sparita. Che un Papa ha rivolto al mondo un appello per lei, fatto non usuale, e troppi si sono affrettati a rispondere, negli anni, con rivelazioni e depistaggi inquietanti. Che una tomba di un delinquente stava in una basilica santa e antica, e non doveva esserci, a meno di do ut des che non si comprendono, non si debbono comprendere neppure nell’economia del perdono e delle elemosine. 

Che un esorcista di fama, cui la gente dà credito, e con ragioni, sostiene dolorosamente la pista tanto semplice e orrenda del delitto a sfondo sessuale, avvenuto con copertura di importanti personalità vaticane. E se fossero sacerdoti, prelati, la sporcizia nella Chiesa di cui parlava Papa Ratzinger sarebbe ignominia, da affogare con una macina al collo, come insegna il Vangelo. Se qualcuno sapeva, e non ha parlato, è un’infamia e un’onta. Se qualcuno sa, e non parla, è assolutamente giusto e sacrosanto che si faccia di tutto per tirar fuori la verità. Ma supporre che il Papa neoeletto si trasformi in agente speciale, che si mette a fare indagini e snocciolare carte, tra spie e microspie, che si erga a risolutore infallibile di ogni pagina scura, forse è un po’ troppo.