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FRANCESCO/ Un vescovo così "povero" che possiede tutto

Molti pensatori e illustri giornalisti, spiega GIACOMO FORNASIERI, hanno già iniziato ad analizzare l'umiltà dimostrata da Papa Francesco. Quella povertà, però, non è solo austerità 

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In questi ultimi giorni, in cui il mondo dell’informazione appare in perenne affanno nell’inseguire le notizie che vorticosamente si susseguono, ho riscontrato con un certo fastidio e prurito intellettuale, come - in merito all’elezione del nuovo Papa - una buona fetta di pensatori e illustri giornalisti abbia già iniziato a pontificare (forse con una “curiosa” inversione di ruoli) sull’appena iniziato pontificato di Francesco I e con dotte prolusioni lo stia etichettando già come un novello Gustavo Gutiérrez. Il grido di liberazione che accompagna le loro riflessioni e che dipinge la figura di Francesco I di tinte sinistroidi - non si sa bene poi con che legittimità – si scandisce in tre sillabe: povertà. Occorre allora capire che cosa sia la povertà, per evitare qualsiasi riduzione e visto che questa grande parola, innanzitutto cristiana, è stata proprio dal Papa ripetuta più volte in questo inizio di pontificato - basti ricordare da ultimo l’appello lanciato nell’incontro con i giornalisti: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri».  

La povertà di cui Francesco sta parlando non è prima di tutto una particolare modalità di approccio e soluzione dei pur veri problemi sociali, una tensione stoica e cieca della volontà ad essere caritatevoli, né tantomeno l’adesione formale ad attività di volontariato. Non si può capire di che “povertà” il Papa sta parlando, se non si coglie la ragione viva che è a fondamento di tutta una serie di pratiche concrete, che si pongono, però, solo come effetti in relazione ad una causa che le fa essere e vivifica ad ogni istante. La povertà è innanzitutto un giudizio. Al centro della povertà non stanno primariamente le tematiche sociali (la povertà materiale, la disoccupazione ecc..), - che è stato appunto il pretenzioso errore della Teologia della Liberazione- ma un Altro: il cuore della povertà è Cristo. Del resto è proprio Francesco a ricordarlo con una semplicità quasi imbarazzante e con buona pace di quella fetta di borghesia militante che lo ha già battezzato come il Papa “di sinistra”, servendosi di una definizione di povertà tanto materiale, quanto appunto “povera” del suo più autentico significato. Se non fosse così infatti: «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, sposa del Signore». Quello di cui si sta discutendo, allora, è una povertà, il cui senso va ben aldilà di ogni richiamo pauperistico o moralistico alla spoliazione esteriore dei beni materiali. La povertà fonda il proprio valore, la propria certezza sul fatto che è un Altro a compiere ogni cosa. Solo questa consapevolezza costruisce una speranza solida per il futuro, perché il significato di quest’ultimo è assicurato dall’unico possesso certo: il possesso di Cristo presente, e quindi solo questa prospettiva dà ragione dell’entusiasmo con cui San Paolo può dire: «Sono persuaso che Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento nel giorno di Cristo Gesù». Questo giudizio porta con sé due corollari, che sono appunto i tratti che fin da subito abbiamo visto segnare il volto del Papa: letizia e libertà.