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Cronaca

IL CASO/ Partorisce il figlio e lo butta: fin dove arriva la "normalità" del male?

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Vorrei parlare con la lingua dell’ostetrica, del medico che le ha zaffato l’utero, che l’ha acciuffata per i capelli, quell’anima. Pallida, madida, pentita.
E di chi, magari mentre era sotto anestesia in sala operatoria, l’ha accarezzata.
Perché io l’ho fatto, dico, l’ho fatto: conosco la morsa nel petto della pietà, le ho viste, le assassine di piccoli innocenti non voluti stese su lettini sterili e incoscienti.
Avevano la faccia di donne normali.
Quelle che scelgono di abortire, una semplice e legale interruzione di gravidanza, nei tempi previsti dalla legge.
Ma anche quelle che decidono di abortire figli imperfetti, già grandini; e vi giuro, li ho raccolti questi figli, battezzati. E lasciati morire. In una arcella, più dignitoso della borsa di nylon. Destinati all’inceneritore. Non alla raccolta dell’indifferenziato. Ma sempre rifiuti, rifiutati.
In Olanda, riportano studi autorevoli, si stima che nel 2030 non nasceranno più bambini mongoloidi, affetti cioè dalla sindrome di Down. Ma non perché guariti. Solo eliminati prima.
Io continuo a sostenere che le facce delle donne sono uguali.
E anche il peccato ha il medesimo volto.

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