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Cronaca

DOMENICA DELLE PALME/ Papa Francesco, la politica e quella sfida tra ideologia e semplicità

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Succede nelle nostre case, dove le immagini sulla vita di nostra moglie e dei nostri figli sostituiscono la realtà del loro cammino, succede tra amici o sul luogo di lavoro, dove chi ci sta accanto è giudicato in eterno a partire da quello che ha combinato e non dal fatto che ora egli ci è nuovamente donato, succede nella politica o nelle tifoserie (sportive o religiose che siano), dove pur di sostenere il proprio partito si arriva ad accettare cose contro senso indicate dal capo o dal guru di turno come la linea da tenere e da difendere. Insomma: ognuno di noi presta il cervello e si genuflette alla propria ideologia finendo per perdere di vista la realtà, anche se essa significa famiglie straziate dalla miseria, imprenditori che si uccidono, aziende che continuamente chiudono. Ma non importa: quel che importa è sostenere la linea, dare legna all'idea. Lo facciamo con tutto, anche col Papa che - magicamente - viene arruolato nelle file del nostro partito o schiacciato dal peso del nostro pregiudizio. Siamo pronti a inginocchiarci a tutto pur di giustificare i nostri sentimenti e le nostre idee proprio come fecero quei Giudei, il giorno delle Palme, di fronte all'autorità romana. Per questo Gesù è morto in Croce: per riaprire a tutti la strada della realtà, della vera adorazione, che non è riservata ai nostri progetti o alle nostre sensibilità, ma che è destinata al valore e al significato delle cose che è Cristo stesso. I cristiani sono utili al mondo non quando si legano ad un potere o si schierano in un partito come una lobby di influenza e di determinazione: i cristiani sono utili al mondo quando adorano Gesù Cristo, quando non si fermano un attimo prima della realtà, quando non vendono il loro cervello a nessun guru e a nessuna ideologia, quando - insomma - pongono nella confusione dei tempi quell'asinello crocifisso che da duemila anni è il cuore profondo di ogni loro tentativo di bene e di verità. In forza di questo, la loro presenza diventa foriera di serietà e di maturità, fuga da quell'ideologia che - diceva Gaber - non è altro che "l'ossessione della propria diversità".