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VIA D’AMELIO/ Petta (La Sicilia): gli inquirenti fregati dalla loro scarsa "laicità"

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Si è voluta cercare una chiave di lettura a tutti i costi con i falsi pentiti. Ma i falsi pentiti sono stati indotti, e noi non sappiamo con quali metodi. Fatto sta che ci sono investigatori della squadra mobile che sono stati indagati, e che il responsabile della squadra mobile che allora condusse le indagini, il questore Arnaldo La Barbera, oggi è morto e quindi non può più parlare. La stessa Ilda Boccassini, quando fu trasferita a Caltanisetta, scrisse una lettera rilevando tutti i suoi dubbi e le sue perplessità sul pentito Vincenzo Scarantino e sul modo in cui si erano condotte le indagini sulla strage di via D’Amelio. Il punto è che si volevano trovare a tutti i costi dei colpevoli o dare una spiegazione. Il risultato è che ora Spatuzza, portando elementi incontrovertibili, ha smentito radicalmente le dichiarazioni dei pentiti bugiardi. Grazie a lui si è scoperto così che chi volle la strage furono i fratelli Graviano.

 

Che cosa non funzionò fin dall’inizio delle indagini?

Non c’era la disponibilità mentale a esaminare tutti gli elementi sul tavolo, perché c’era la necessità di dimostrare che lo Stato aveva una capacità di reazione. Due episodi come le stragi di Capaci e di via D’Amelio, avvenute a due mesi l’una dall’altra, misero lo Stato in una condizione di profonda debolezza che non aveva precedenti. Le istituzioni italiane brancolavano nel buio, tanto che a Capaci intervennero anche agenti dell’Fbi, per collaborare nelle ricerche di elementi utili sul luogo del delitto. Per due mesi lo Stato rimase senza barra, poi in un modo o nell’altro dimostrò la sua capacità di recuperare che abbiamo visto anche in altre circostanze.

 

Lei che cosa ne pensa del dibattito sulla trattativa Stato-mafia?

La trattativa è un elemento costante e continuo nella storia di questo Paese e soprattutto della Sicilia. Non si scopre quindi nulla di nuovo. L’organizzazione mafiosa ha svolto un ruolo storico nei suoi rapporti con i poteri dello Stato per la conservazione dello status quo politico e sociale. Di solito si afferma che sarebbe stato Buscetta a rivelare per primo l’organizzazione di Cosa Nostra, ma in precedenza ci sono stati funzionari dello Stato che già alla fine dell’Ottocento avevano rivelato elementi di fondamentale importanza. Mi riferisco in particolare all’inchiesta di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti del 1876. Non si è voluto leggere ciò che era già sotto gli occhi di tutti, perché ancora una volta ha prevalso la logica del “non vedo, non sento e non parlo”.

 

(Pietro Vernizzi)



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