BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Diagnosi preimpianto e adozioni gay, attenti al golpe della Corte europea

InfoPhoto InfoPhoto

Con grande approssimazione si può affermare che questa tendenza ad una giurisdizione consensuale (cioè basata sul consenso riscosso, nei vari Stati, dai diritti di cui si discute) e questo potere di selezionare, in modo sostanzialmente insindacabile, quali questioni meritino di essere decise e quali no, sono tutti elementi che avvicinano molto il “giudice” al “politico” -  forse più di quanto si era abituati, soprattutto al di fuori dell’area culturale di common law - e, in assenza di meccanismi di responsabilizzazione, nel lungo termine ciò potrebbe addirittura portare, per una sorta di eterogenesi dei fini, ad influire negativamente sulla stessa autorevolezza della Corte di Strasburgo, attirando sulla stessa quell’avversione delle parti disputanti che caratterizza l’agone politico e che dovrebbe invece essere massimamente evitata per qualsiasi organo giurisdizionale, in quanto garante di diritti fondamentali che, come tali, dovrebbero essere sottratti alle altalenanti maggioranze parlamentari e alla eventuale tirannia di tali maggioranze. 

Eppure vi sono, forse, questioni più urgenti che meritano di essere affrontate, questioni che devono essere affrontate prima che l’ideologia si impadronisca definitivamente delle dispute in atto, per trasformarle in uno scontro di forze che si negano alla ragione, e prima che l’una e l’altra parte si arrocchino ciascuna a difendere la propria fortezza, senza alcuna residua possibilità di ragionare insieme, per lasciare solo spazio ad accuse reciproche.

Come cattolici, infatti, occorre prima di tutto interrogarsi su cosa spinga tante persone a lottare e a chiedere il riconoscimento dei diritti sopra in discussione: quale frammento di realtà e di verità ci sta parlando attraverso la sofferenza reale di quelle persone che stanno reclamando nei nostri confronti? Evitare la sofferenza di chi amiamo, cercare di rendergli la vita migliore possibile, volere a tutti i costi assumere di fronte a tutti l’impegno di una promessa che, come dice H. Arendt, getta “nell’oceano dell’incertezza isole di sicurezza”, in cui l’amore fedele rende possibile la realizzazione di una spazio di accettazione e di condivisione, grazie al quale durare nel tempo, per aprirsi all’avvenire senza pretendere di eliminarlo, così da creare proprio quello spazio in cui poter crescere nuove vite.

Ebbene tutte queste cose corrispondono ad una esigenza che è propria dell’amore nella sua forma più alta ed è un valore, evidentemente, tanto inscritto nel cuore degli uomini da essere reclamato da chiunque. Non è, quindi, l’amore in sé un elemento di differenza reale tra la coppia dello stesso o di diverso sesso, né forse l’apertura procreativa, i cui delicati problemi etici si pongono anche per le coppie eterosessuali non fertili, come proprio le questioni sulla procreazione assistita stanno a testimoniare. Neppure la scienza può essere d’aiuto: nella stessa sentenza di Strasburgo si dà atto della divisione nella comunità scientifica in merito agli effetti sui minori del vivere in una coppia omosessuale, anziché in una coppia tradizionale. Lo stesso riferimento ai diritti del minore assomiglia troppo ad un artificio argomentativo, grazie al quale motivare a posteriori, ciascuno a modo suo, le conclusioni a cui già si è altrimenti pervenuti.