BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Diagnosi preimpianto e adozioni gay, attenti al golpe della Corte europea

Si può attaccare per via di consenso il concetto di natura? A farlo è la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. La risposta viene dall'esperienza. TOMASO EMILIO EPIDENDIO

InfoPhoto InfoPhoto

Nel mese di febbraio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha reso due importanti decisioni che faranno sicuramente molto discutere. La prima decisione riguarda la diagnosi preimpianto per le coppie che hanno deciso di ricorrere alla procreazione assistita. Con una decisione non scritta, infatti, la Corte ha respinto la richiesta dello Stato italiano di deferire all’esame della Grande Camera la sentenza resa il precedente 28 agosto, con la quale l’Italia era stata condannata per il divieto, operante in certi casi nel nostro ordinamento, di effettuare tale diagnosi. La seconda decisione riguarda la possibilità di ricorrere all’adozione da parte di coppie dello stesso sesso: in estrema sintesi si può dire che la Corte, nella sua composizione più autorevole (Grande Camera), ha ritenuto discriminatoria la legge austriaca che impediva alla partner di una coppia dello stesso sesso di adottare il figlio dell’altra, come invece era consentito a persone di sesso diverso legate in unioni di fatto.

Al di là dell’incidenza che dette decisioni possono avere in Italia - la prima notevole, la seconda assai meno, anche in considerazione delle differenze della legislazione austriaca e italiana su punti ritenuti rilevanti dalla Corte di Strasburgo - vi sono molte questioni tecniche relative a queste due decisioni che meritano approfondimenti e discussioni. 

Ad esempio, potrebbe colpire che la prima decisione non sia stata resa neppure in forma scritta, così da non consentire neppure alcun suo vaglio critico, nonostante la sua delicatezza e l’importanza delle sue ricadute. Respingendo la richiesta del Governo italiano, infatti, tale decisione ha avuto l’effetto di rendere definitiva la sentenza precedente, di condanna dell’Italia. Si tratta di un fenomeno, ben noto agli avvocati che praticano Strasburgo, in base al quale la ricevibilità del ricorso, e quindi la stessa possibilità di ottenere una decisione sulla lesione di diritti fondamentali, è rimessa ad un immotivato e insindacabile giudizio della Corte stessa.

In relazione alla seconda decisione, meriterebbe un approfondimento il modo in cui la Corte, per fondare le sue sentenze, usi il grado di “consenso” formatosi su certi temi nelle legislazioni e nelle giurisdizioni degli Stati membri del Consiglio d’Europa. Si tratta poi di vedere più da vicino come Strasburgo riconosca, a seconda dei casi e a suo insindacabile giudizio, un più o meno ampio margine nazionale di apprezzamento ai Parlamenti nazionali, nel cui ambito le discipline dei singoli Stati possono tra loro differire senza ledere diritti fondamentali protetti dalla Convenzione. 

Vi è da chiedersi quale consapevolezza vi sia in generale su questi argomenti e, in particolare, circa il fatto che sia stata ormai intrapresa una strada che vede le decisioni giurisdizionali della Corte sovranazionale pesantemente influenzate da questo consenso, salvo poi autoriconoscersi - come nel caso delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, dove tale grado di convergenza era basso - la possibilità di sminuirne l’importanza, secondo tecniche argomentative che si limitano spesso ad asserzioni non altrimenti giustificate.