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CARLO URBANI/ Medico perché cristiano. Ecco chi era l’"eroe" che battè la Sars

Dieci anni fa la Sars mise a dura prova il sistema sanitario mondiale. Un uomo la individuò e dette l'allarme. Contagiato, ne morì. LUCIA BELLASPIGA racconta chi era Carlo Urbani

Carlo Urbani all'ospedale pediatrico di Hanoi (Vietnam) Carlo Urbani all'ospedale pediatrico di Hanoi (Vietnam)

Dieci anni fa non sapeva neanche chi fosse, e non l’ha neanche mai conosciuto di persona. Ma quando ne parla, non può evitare la commozione per un uomo giusto, per un cristiano che ha incarnato la fede nella quotidianità del suo lavoro di medico. Protagonisti di questa storia sono Carlo Urbani - medico italiano, epidemiologo, una vita in giro per il mondo - e Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire. Si sono incontrati il 29 marzo 2003. Meglio, le loro vite si sono intrecciate quel giorno, quando arriva nelle redazioni di tutto il mondo la notizia che a Bangkok un medico italiano è morto per la Sars, la tremenda pandemia che dieci anni fa ci tenne con il fiato sospeso, in balìa dell’impotenza vissuta dai nostri avi durante le devastanti epidemie dei secoli scorsi. Ad un tratto, nei presunti asettici paesi sviluppati, paradossalmente proprio grazie allo sviluppo e ai veloci viaggi aerei, si propaga a velocità impressionante questa nuova malattia, una polmonite fulminante, la Sars, rapida sigla che sintetizza la Severe Acute Respiratory Syndrome.

La memoria è corta, però. Ora che l’emergenza è rientrata, pochi si ricordano di quei giorni…
Infatti. Quando parlo di Urbani, devo sempre fare una premessa, spiegare, far riemergere i ricordi. Ma come, non vi ricordate che alle casse del supermercato vendevano le mascherine protettive, che ci dicevano che i luoghi affollati erano focolai di contagio, addirittura di non andare a Messa, che potevamo benissimo ascoltarla per televisione? Dei controlli sanitari e delle quarantene negli aeroporti? Era una malattia nuova, era arrivata nei Paesi ricchi, si aveva paura. Perché si moriva.

In questo clima di allarme, diciamo pure di panico da parte di taluni, cosa succede quel 29 marzo di dieci anni fa?
Nelle redazioni arriva la notizia che è morto un italiano. Dove? Chi è? Cerchiamo di saperne di più e, un dato alla volta, la notizia prende corpo. È morto a Bangkok (sollievo, è lontano), è un medico, viveva in Vietnam, ad Hanoi. Cosa ci fa un medico italiano ad Hanoi? È responsabile, per conto dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, del coordinamento della prevenzione e del controllo della diffusione delle malattie parassitarie nella zona del Pacifico Orientale. Ma non basta: è lui che ad Hanoi ha riconosciuto nei sintomi di quella atipica polmonite contratta da un uomo d’affari americano di ritorno dalla Cina, una nuova, aggressiva malattia. Che ha lanciato l’allarme, mettendo la quarantena e circoscrivendo il contagio. Che italiano, pensiamo, e qui in Italia è un perfetto sconosciuto. E poi salta fuori che è stato lui, allora presidente di Medici senza Frontiere Italia, a ritirare nel 1999 il Premio Nobel per la pace attribuito all’organizzazione internazionale.

Facendo la giornalista lei ha raccontato tante storie straordinarie. Cosa rende Carlo Urbani così diverso?
All’inizio è stata una cosa inconsapevole. Poi ho cominciato a parlare con chi lo conosceva, con la moglie, la madre, gli amici. A raccogliere ogni ritaglio che parlava di lui. Un giorno ricevo una telefonata, è la casa editrice Àncora, mi chiede se me la sento di scrivere un libro su di lui. Io, che non avevo mai scritto un libro, guardo la cartelletta di ritagli che per puro caso avevo in mano, e dico di sì. Così è nato “Carlo Urbani. Il primo medico contro la Sars”.

Ma non può essere speciale per questo…