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STATO-MAFIA/ Savatteri (Tg5): Provenzano era già fuori gioco, si scavi negli apparati dello Stato

Pubblicazione:domenica 3 marzo 2013

Bernardo Provenzano (InfoPhoto) Bernardo Provenzano (InfoPhoto)

È evidente che la Procura di Palermo ha posto molti interrogativi. Al tempo stesso, però, ad oggi in mano si hanno solo imputazioni per falsa testimonianza, e molto si sta dibattendo su aspetti senz’altro secondari, come le intercettazioni delle telefonate di Nicola Mancino con il Quirinale. Per tutto questo, credo che questo processo sia destinato a lasciare molte più domande aperte che non risposte compiute.

 

Cala il sipario, dunque, sul personaggio Provenzano. Quali le caratteristiche della mafia sotto il suo regno? È diversa da quella di oggi, guidata da Matteo Messina Denaro?

Fino al 2006, anno di arresto di Provenzano, la selezione della classe dirigente mafiosa avveniva esclusivamente sulla capacità di resistenza alla latitanza. Il mafioso viveva nel sottobosco, e sfuggiva in continuazione dallo Stato. Anzi, direi che questa sua lotta quotidiana con lo Stato era la vera caratteristica peculiare di un’epoca che è senz’altro terminata: oggi, infatti, i nuovi capi sono professionisti, incensurati, colletti bianchi, insomma gente che vive e opera alla luce del sole, inserita in tutti gli ambienti, e che può contare su amicizie influenti. Sotto certi punti di vista, allora, Messina Denaro può essere considerato l’ultimo boss sullo stile dei corleonesi, dopo Liggio, Riina e lo stesso Provenzano. Ma, va detto, a differenza dei suoi predecessori, non è nel cuore della mafia palermitana. Ecco perché con la “morte in vita” di Provenzano se ne va l’ultimo, vero padrino della mafia. Direi un vero e proprio tramonto, anche piuttosto malinconico.

 

(Piergiorgio Greco)



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