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PASQUA 2013/ Quel "sì" a Dio che spiazza anche la morte

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Piero della Francesca, Resurrezione (1450-1463) (Immagine d'archivio)  Piero della Francesca, Resurrezione (1450-1463) (Immagine d'archivio)

Dentro i fatti che ci hanno condotto per mano fino a questo giorno di Pasqua pare esserci una costante che, come un fiume carsico, è riemersa periodicamente, determinando il clima di molte delle vicende che abbiamo vissuto: la fretta. Essa ci è stata compagna nell'impazienza con cui desideravamo vedere che cosa sarebbe accaduto in Vaticano dopo la rinuncia improvvisa di Benedetto XVI, e ci ha determinato nel voler capire come sarebbe finito il delicato rebus emerso dalle elezioni politiche dello scorso febbraio.

La fretta è una costante della nostra vita pubblica e personale. Divoratori di cose, vorremmo solo che tutto venisse "al dunque", che molte circostanze della vita ci fossero risparmiate per poter assistere, lieti, alla vittoria del Bene sul Male. E invece le cose non vanno così. Le circostanze, anche quelle più faticose, non ci sono risparmiate e ognuno di noi sembra essere chiamato ad attraversare percorsi tortuosi e vie strane per maturare e crescere. Noi abbiamo paura di tutto questo e questa paura sorge in noi da un'altra paura, quella del dolore. La paura di soffrire è umana, comprensibile, forse ancestrale: noi vorremmo che ci fosse risparmiato il dolore perché vorremmo poter evitare l'incontro con il Male.

Eppure il Male c'è. E tutti i giorni, malgrado i nostri sforzi per non pensarci, ce lo ritroviamo di fronte: nell'ennesima malattia di un nostro amico, in una morte particolarmente dolorosa, in un handicap morale o fisico o nei postumi difficili di una storia personale che non ci lascia mai tranquilli. Il Male c'è e quel che è peggio è che non è soltanto davanti a noi o attorno a noi, ma è in noi.

Dice una canzone di Claudio Chieffo, parlando dei carnefici di Auschwitz, che "non è possibile essere come loro, non è difficile essere come loro". Tutti noi facciamo il Male. E spesso ci spaventiamo nel prendere contatto con quello che ognuno può fare non solo con i fatti, ma anche semplicemente con le parole. Quanti amici abbiamo messo in ginocchio con le nostre frasi, con i nostri atteggiamenti, con il nostro comportamento? E da quanti siamo stati messi in ginocchio? Spesso il nostro mondo sembra una polveriera nella quale ci umiliamo reciprocamente, lasciandoci sempre più soli con le nostre ferite e i nostri perché.

La cosa pazzesca è che non di rado continuiamo a vivere facendo finta di niente. Ma il nostro cuore lo sa che cos'è il Male. E per questo ha paura della realtà e delle circostanze: perchè ha paura di sentire tutto il dolore che esso provoca, quasi potesse uccidere quella domanda di vita e di bene che abbiamo nel cuore. Noi abbiamo il terrore che il dolore ci uccida e per questo abbiamo sempre un'ultima reticenza nei confronti della realtà: perché temiamo che essa possa riaprire tutta la ferita della vita e il dolore che questo comporta.  


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COMMENTI
05/04/2013 - grazie (luisella martin)

Le sue parole sono talmente belle che non vi si può aggiungere niente. Tempo fa, mettendo in relazione la fede con la speranza del Paradiso, pensai: "Non importa quello che mi succederà prima e dopo la morte, dico "sì" a Gesù oggi, senza se e senza ma, perché lo amo". Come ha scritto bene lei, anche la morte concreta, fisica, inevitabile, non ha più nulla di spaventoso da dire, spiazzata da quel sì d'amore.