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Cronaca

PAPA/ Perché il silenzio dell'Angelus è carico di speranza?

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Avendo presente il suo corpo vecchio e stanco, è divenuto più agevole e immediato per ciascuno comprendere da dove egli traesse forza e gioia. Del resto, si tratta di una prospettiva di sguardo che ha contrassegnato l’intero Pontificato: da quando, eletto Papa, si è presentato al mondo come “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”; a quando, dismesso quel ministero, è tornato a essere “semplicemente un pellegrino, che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”. 

E così, se nelle prime parole rivolte dal balcone di San Pietro ai fedeli Benedetto XVI confidò di fare affidamento nell’aiuto “permanente” di Gesù, analogamente ha concluso nell’ultima udienza. In questa ha augurato che “nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore”.

Il silenzio di questi giorni, tuttavia, non è solo colmo di gratitudine per quanto accaduto. È anche carico di speranza per il futuro della Chiesa. Nell’esperienza cristiana il sentimento della speranza non si esaurisce nella vaga aspettativa di un bene desiderato; più che muovere dall’eventualità del futuro, esso muove dalla certezza del presente. È in nome di una certezza presente, che si può essere certi del futuro. Spiegava Luigi Giussani a proposito della Chiesa, che la speranza è riconoscere con certezza un futuro, che nasce da una storia che è incominciata duemila anni fa (“La speranza come certezza in una cosa futura poggia su tutto il passato cristiano, poggia su tutta la memoria cristiana, poggia su tutta la certezza di quella Presenza che è incominciata duemila anni fa ed è arrivata fino a te. La certezza della presenza di Cristo è la certezza di una cosa che è incominciata duemila anni fa”).

Il distacco cui Benedetto XVI ha condotto per mano i suoi, non è stato disperato perché mosso da una simile certezza e, dunque, da una simile speranza: “ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

E così, l’attesa del silenzio di questi giorni può sciogliersi nella speranza del compimento di ciascuno: “Vorrei invitare tutti […] ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano”.

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