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Cronaca

PAPA/ Perché il silenzio dell'Angelus è carico di speranza?

La sede di Pietro è vacante, il distacco del Papa dalla sua Chiesa si è compiuto. È la prima domenica senza Angelus dal balcone di Piazza san Pietro. VINCENZO TONDI DELLA MURA

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Ora tutto tace ed è fermo. Dopo che l’elicottero ha accompagnato Benedetto XVI lontano dalla residenza vaticana, si è consumato anche simbolicamente, nelle tenui tinte di uno struggente tramonto romano, il distacco del Papa dalla sua Chiesa. Chiusi i portoni dei sacri palazzi, Roma è divenuta sede vacante. La cristianità è in attesa.

In questa prima domenica senza la consueta recita dell’Angelus da piazza San Pietro, il silenzio è stato ancora più insolito e assordante. Eppure, non era un silenzio attonito o rassegnato. Nella drammaticità che lo caratterizza, esso è colmo dell’emozione, della commozione e della gratitudine provocate da quanto visto e udito nelle ultime settimane; al contempo, esso è carico di speranza per il futuro della Chiesa, la quale resta il luogo della salvezza di ciascun fedele.

Un silenzio, dunque, anzitutto grato per le parole di consolazione e per i gesti di tenerezza offerti dal Papa a tutti i fedeli, accorsi fisicamente o anche solo mediaticamente a salutarlo per l’ultima volta. Viene in mente quella famosa corale di Bach, nella quale il compositore, commentando alcune delle ultime parole di Gesù sulla croce (“donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre”), fa esplodere il coro in un intenso ringraziamento: “di tutto Egli si prese cura sino alla fine”. Ed effettivamente è stato così anche per Benedetto XVI. 

Egli non si è limitato a comunicare alla Chiesa le ragioni delle proprie dimissioni, quasi avesse realizzato un gesto nobile, necessitato e, tuttavia, estraneo e indifferente alle sorti dei semplici fedeli. Per contro, pur cessando dal ruolo di romano Pontefice, egli ha mantenuto (e manterrà) quella paternità che gli proviene dall’essere il successore di Pietro (“Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella mia preghiera, con il cuore di padre”). Dalla paternità non si può abdicare, come del resto è esperienza di ciascun padre ed è consapevolezza di ciascun figlio. Egli è rimasto padre. E da padre ha impedito ai suoi di perdersi nello sgomento dell’abbandono; li ha rassicurati e li ha accompagnati per mano alla comprensione razionale e affettiva della sua decisione estrema. Ha unito la solennità delle parole alla tenerezza del comportamento, in modo da far percepire loro anche fisicamente il permanere della sua paternità verso tutti. Nell’ultimo saluto dal balcone di Castel Gandolfo più volte ha allargato le braccia in un ideale abbraccio con tutta la comunità, ringraziando e augurando infine buona notte, proprio come fa il papà con i suoi bambini (“Grazie, buona notte!”).

Consentendo a tutti di avvicinarsi alla sua umanità e di scoprire i suoi tratti umani, Benedetto XVI ha reso a ciascuno più facile guardare al Mistero con il medesimo sguardo impiegato da lui. Come un bambino scopre la realtà con gli occhi del padre, così ciascun fedele ha potuto considerare la drammaticità dell’esistenza propria e della storia, muovendo dal medesimo angolo visuale.