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CONCLAVE 2013/ La "logica" dello Spirito Santo? C'è del genio, ma la storia dice qualcosa...

Pubblicazione:martedì 5 marzo 2013

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Grande “uomo di macchina” Roncalli, un po’ a dispetto della futura immagine di “Papa buono”: giovane segretario del suo vescovo a Bergamo, poi a Roma come capo operativo della Propaganda Fide (il “ministero delle missioni”); diplomatico di frontiera in Bulgaria e Turchia e infine a Parigi, in un difficile dopoguerra. Poi il passaggio finale come pastore a Venezia.

Grande intellettuale Ratti: direttore della Biblioteca Ambrosiana a Milano e poi della Vaticana, ma con intervalli di diplomatico itinerante nell’Est Europa. Infine, per pochi mesi, arcivescovo a Milano. Più “politico” Montini, cooptato giovanissimo nella Segreteria di Stato di Pacelli sotto Ratti: ma nel frattempo il giovane sacerdote segue anche gli universitari cattolici italiani, osteggiati dal fascismo. Diventa uno dei due pro-segretari di Stato, ma Pio XII alla fine lo allontana: arcivescovo a Milano ma senza porpora, fuori dal conclave del 58. Roncalli lo farà subito cardinale, mettendolo in “pole position” per la vittoria nel conclave del 1963.

Due papi nominalmente “italiani” (il ligure Dalla Costa e il romano Pacelli) erano invece di fatto “cittadini vaticani”: due nobili prestati fin da giovani alla tecnocrazia della Santa Sede, che allora era essenzialmente il servizio diplomatico. Dalla Costa, segretario di nunziatura a Madrid, arrivò a essere “sostituto” in segreteria di Stato. Ma il passaggio finale alla diocesi di Bologna – calderone sociale dell’Italia di allora – gli giovò: e si sentì quando denunciò l’“inutile strage” della Grande guerra. Pacelli, forse l’unico allevato per diventare pontefice, divenne segretario di Stato dopo essere stato a lungo ambasciatore a Berlino. E’ stato l’ultimo Papa interamente “curiale” (non un giorno di parrocchia o di diocesi) e detiene anche il record della velocità di elezione: al terzo scrutinio del primo giorno. A proposito: fu lui a decidere, nel ’39, di attendere 18 giorni prima di aprire il conclave, per dar tempo a tutti i cardinali del Nord e Sud America di arrivare a Roma.

Le statistiche più significative andrebbero certamente cercate una per una all’interno dei conclavi; eventi “misteriosi” per la dottrina cattolica; “segreti” per il diritto canonico; infinitamente complessi anche a vaticanisti e storiografi più ferrati. Alcuni possibili schemi interpretativi, tuttavia, sono visibili nella filigrana degli ultimi cinque conclavi. I due ultimi grandi papi italiani (Giovanni XXIII e Paolo VI) erano entrambi arcivescovi di storiche diocesi nazionali, ma erano ben conosciuti all’estero e dotati di una solida esperienza di Santa Sede. Ambedue ebbero molti cardinali non italiani fra i loro primi sponsor nella Sistina e riuscirono alla fine a vincere un’opposizione condotta (soprattutto contro Montini) essenzialmente da loro connazionali di Curia. Emergono entrambi, non a caso, da conclavi “aperti”, relativamente lunghi e combattuti nell’esito finale: 11 scrutini Roncalli (36 voti su 51), 6 per Paolo VI (57 su 81). 


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