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Cronaca

BOMBA A LA STAMPA/ Questa volta i "nostalgici" di Capaci o Casalegno sbagliano bersaglio

Alla sede del quotidiano La Stampa è stato recapitato un pacco bomba, che non è esploso solo per un mal funzionamento dell’innesco. Si cerca tra i No tav. Il commento di MONICA MONDO

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A Torino La Stampa è un’istituzione. E poiché la massima istituzione resta la Fiat, e la proprietà de La Stampa è Fiat, La Stampa non è un’istituzione qualsiasi. Un tempo c’era La Gazzetta del Popolo. Poi è arrivata Repubblica, ma “La Busiarda”, amata e non, come sa ogni torinese, resta l’imprescindibile punto di riferimento di ogni mattina, che la si riceva sullo zerbino di casa o la si scarichi sull’i pad. 

Di più, Torino è una città di misure provinciali ma di orizzonti europei, e il suo giornale, così elegante e arioso, così ferrato sugli esteri ne è lo specchio fedele. Per questo fare il giornalista significa lavorare a La Stampa, per questo quel che accade a La Stampa è cosa comune, che sia un cambio di grafica o un prepensionamento. Un cambio di sede, poi. Quando l’altr’anno si sono trasferiti tutti armi e bagagli dalla storica di via Marenco, col parco del Valentino a due passi e la vista malinconica e dolcissima sul Po, sulle colline, dove i giornalisti passeggiavano nella pausa pranzo sbriciolando grissini alle anatre, è stato un altro, fatale, segno di un’epoca al tramonto, di una crisi in atto che costringe perfino La Stampa a cercare sistemazioni più economiche e sobrie. 

Ora la redazione sembra allocata in una succursale terrestre dell’Enterprise, e ci ha guadagnato in lindore, spazio, modernità. Ma la nostalgia per i corridoi un po’ fanè, per gli uffici al posto degli open space serpeggia, e si conosce. All’ingresso di un palazzone anonimo di un quartiere popolare e   dietro la stazione, dietro la kasbah di san Salvario, si entra nel tempio dell’informazione da un atrio accecante di luce, dove troneggia un metal detector. Tempi bui, quelli in cui un giornale si annuncia con la cautela, con il sospetto, la paura. Ma come ogni giornale, anche La Stampa ha pagato il suo prezzo alla più vile delle lotte politiche, e magari rasentasse la follia. 

Chi ha solo più di quarant’anni ricorda bene che Torino, più di altre città, scontò la ferocia, il terrore degli anni di  piombo. E poiché La Stampa era, è la Fiat, nell’immaginario ottuso e malefico di qualche illuso di combattere per la classe operaia l’identificazione col male assoluto è stata esercizio facile (gli operai invece lavoravano e cercano oggi lavoro, sono i borghesotti nullafacenti e ben remunerati in famiglia ad agitarsi di più). Un bersaglio da colpire, i suoi giornalisti correi, colpevoli dunque. Chi ha solo più di quarant’anni anni ricorda la morte barbara di Carlo Casalegno, suo vicedirettore, uomo dabbene e giornalista di razza, ammazzato sul portone di casa, dove tornava per un boccone con la moglie, senza scorta, che aveva rifiutato per rigore morale e buona fede. Quattro colpi in faccia, tredici giorni di agonia.