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LEA GAROFALO/ Carlo e quella ferita nel nostro cuore "perfetto"

Pubblicazione:mercoledì 10 aprile 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 10 aprile 2013, 10.19

Lea Garofalo (Immagine d'archivio) Lea Garofalo (Immagine d'archivio)

“Mi assumo la responsabilità dell’omicidio, merito l’odio di mia figlia” ha detto Carlo Cosco, l’ex compagno di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, rapita e bruciata ormai quasi cinque anni fa.

 “Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia, prego di ottenere un giorno il suo perdono”.

Queste parole scabre pronunciate con dura chiarezza hanno scosso i giudici che processano per l’ennesima volta il pluriomicida Cosco, capo della ’ndrangheta e mandante anche dell’omicidio del fratello di Lea. Quest’ultimo, anche lui appartenente alla malavita, aveva aperto la sua cerchia di potere proprio al cognato che vanta ormai numerosi ergastoli.

Lea insomma era legata da ogni parte al mondo della ’ndrangheta: ce l’aveva nel sangue, nel cuore. C’è voluta quasi una mutazione genetica per farla convertire, per farla collaborare, per farla scappare.

La sua mutazione in realtà ha un nome ben preciso: Denise, figlia che oggi ha ventun anni.

Ed è viva.

Non si può dire esattamente “sana e salva”, però.

Perché lì, presente e attenta, perché è stata lei a convincere il suo fidanzato complice del padre a denunciarlo, a raccontare del vero mandante.

“Voglio la verità “ lei dice, “solo la verità”. Pare sia questo che chieda a gran voce al padre che lei stessa ha messo sul banco degli accusati.

Si resta attoniti in tale intricata vicenda, perplessi. 

Lo sguardo va da lei a lui, come se fosse una partita, come se ci fosse una rete da sollevare, come se ogni colpo affondasse sempre più addentro il terreno del nostro ragionamento, fino a perdersi, confondersi.

Una vicenda di tenebra, ci verrebbe da dire. 

Ma quelle parole sono così lucide, scandite, risuonate a ora di cena nelle case di tutta Italia attraverso la radio:

“merito il suo odio”

“darei la vita per lei”

“prego per ottenere il suo perdono”

È la stessa voce che ordinò: “ammazzala”.

Verrebbe da dire: è un mostro, o forse anche, è schizofrenico, sdoppiato, è pazzo. Guarda come ti riduce il crimine.

Ma è troppo semplice, l’ago della coscienza continua a sfruculiare dentro. Il suo sguardo rimane quello di un padre.

Chi è? Davvero, chi è quell’uomo? Con le mani ancora lorde di sangue chiede perdono: non a noi, alla società, ma davanti al muso di una ragazza che fa le mostre di odiarlo.

Cos’è il cuore dell’uomo?

Come fa a starci dentro tutto questo? Odio e amore insieme, dignità e bestialità, vendetta e preghiera.


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COMMENTI
11/04/2013 - perdonare (luisella martin)

Credo che ci sia una differenza abissale tra la mentalità mondana e quella cristiana: questa differenza é nel perdono.Quante volte dobbiamo perdonare? Settanta volte sette! Che può voler dire 7X70=490, ma potrebbe anche voler dire 7X7X7....70 volte e qui il calcolo manuale é più lungo! Perdonare é la naturale conseguenza di chi é, come noi, immerso nel peccato, nella mediocrità, sballottato dai sensi...eppure amato e perdonato da Dio. Se Dio mi ama e mi perdona, allora anche io devo amarmi e perdonarmi! Difficile capire il perdono chiesto ad una figlia, ma non a Dio! Se la figlia lo perdonerà, cosa avrà ottenuto? Amore o servilismo? Anche a me sembra che questa richiesta di perdono sia la maschera di un male più nascosto, la facciata buona di un malvagio desiderio di capovolgere il senso umano della giustizia e della paternità.