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ITALSIDER/ Quel cimitero affacciato sul mare dove un tempo c'era una spiaggia fantastica...

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L’Italsider è nata con il desiderio di industrializzare il Mezzogiorno, il problema che il processo è cominciato quando in tutto il mondo gli stati più avanzati deindustrializzavano.

Fosse nata in un periodo diverso, subito dopo la guerra magari, avrebbe avuto più un senso. In quel periodo però era la cosa più semplice da attivare, perché si potevano assumere migliaia di persone (l’industria metallurgica ha bisogno di una grande partecipazione).

Si è cominciato a produrre acciaio quando questo a livello mondiale era in fase calante,nessuno lo comprava e soprattutto si andava a scontrare con la grande concorrenza degli stati emergenti, l’India, la Cina…paesi che oggi vivono loro la situazione di profondo inquinamento che queste industrie provocano.

Una scelta sbagliata, dunque?

Si tratta di una delle tante scelte industriali sbagliate dell’Italia che sono sì servite a dare lavoro, ma questo non basta. Si sarebbe dovuto ragionare in una maniera diversa.

Il vero problema, dietro a tutte le scelte dell’Italsider così come quelle riguardanti, ad esempio la Fiat (costringere l’Alfa Romeo, un’industria pubblica, ad aprire delle sedi al sud non aveva un senso se non quello di aprire industrie per creare occupazione) è che ci sono zone votate ad altro, come al turismo. Hai delle zone bellissime e allora perché non sfruttare questa opportunità?

Perché?

A quel tempo il problema era il modo di ragionare degli aderenti al partito comunista.

Essendo napoletano e avendo 60 anni ho vissuto pienamente quel periodo. Ci si chiese: perché dobbiamo continuare a mantenere aperta l’Italsider? La proposta era di investire i migliaia di miliardi in attività turistiche. E ci fu una sollevazione, ero anch’io un ex comunista, ricordo che la risposta fu:”l’operaio non diventerà mai un cameriere”.

Ma perché? Il lavoro del cameriere è un lavoro poco nobile? È più nobile fare l’operaio rispetto al cameriere?

In altre parole, quindi…

C’è stato un insieme drammatico di opposte incapacità di capire come si stava evolvendo la società civile che è una società post moderna, deindustrializzata…Si è perso quel giro, come in Italia, al momento, stiamo perdendo quello della società digitale.

Siamo il paese meno avanzato in Europa per distribuzione di internet, quelli che producono meno software…(anche Israele ne produce di più): noi compriamo cose fatte da altri, ma non riusciamo a rientrare nel ciclo produttivo.

Tornando al documentario, perché ha deciso di realizzarlo?

Non c’è un motivo particolare. L’ho fatto insieme a un altro caso per La storia siamo noi”, prima l’Italsider e poi l’Alfa sud per raccontare il processo di industrializzazione e deindustrializzazione del Mezzogiorno. Mi venne quest’idea e la proposi a Minoli. Il titolo, “Il cuore e l’acciaio” lo colpì molto.

Cosa le ha lasciato questo documentario?

Il desiderio di fare la storia dopo. Naturalmente io mi fermo nel momento in cui gli altiforni dell’Italsider vengono definitivamente chiusi. Poi, però, c’è tutta una nuova storia da dover raccontare.

Il desiderio di raccontare il dopo. Il grande problema è che il dopo riguarda l’attualità politica e tutto ciò che ha a che fare con la politica oggi in Italia è di una confusione così grossa…

È difficile pensare di poter raccontare ciò che sta succedendo in una maniera non dico intelligente ma quanto meno intellegibile.

(Elena Pescucci)



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