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CARCERI/ Da Buenos Aires: e se portassimo il "libero mercato" dietro le sbarre?

Pubblicazione:lunedì 22 aprile 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 22 aprile 2013, 10.51

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Grande curiosità anche per la Catalogna con il suo sistema Cire. Si tratta di un’impresa pubblica del dipartimento di Giustizia per reinserire i detenuti al lavoro. Ci siamo dati appuntamento per visite e approfondimenti reciproci.

Cosa ci attende nei prossimi anni? Le conclusioni e le linee guida di quasi tutti i paesi puntano molto sulle attività produttive. Si ipotizza un modello che rinnovi le attività esistenti e ne avvii di nuove. Un grosso problema è la commercializzazione dei prodotti del carcere. Ormai è chiaro a tutti che il lavoro assistenzialistico o mirato alla mera occupazione non serve a nulla. Occorre portare dietro le sbarre attività lavorative che operino secondo le regole di mercato e siano in grado di competere con il mercato esterno. Produrre solo per il mercato interno al carcere non produce nessun effetto positivo.

Forte anche la richiesta di un coinvolgimento delle imprese esterne. Molti hanno chiesto di favorire al massimo il coordinamento tra le amministrazioni penitenziarie e le imprese produttive. Molti chiedono iniziative di formazione degli operatori penitenziari in materia di lavoro, così come la creazione di una rete interistituzionale e internazionale. Il simposium si è chiuso giovedì pomeriggio (la notte in Italia) con la visita ad un carcere federale di poco meno di 2mila detenuti ed un carcere per detenute madri assieme ai figli sotto i 4 anni. Non descrivo la tenerezza nel vedere questi bambini. Anche questo un problema comune a quasi tutti i Paesi, compreso il nostro.

Una piccola nota sul contesto. Essere alloggiato a tre minuti a piedi dal luogo in cui per anni ha vissuto e operato il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stata un’occasione per capire un po’ di più questo papa. Al mattino passavo nella cattedrale per una preghiera e ho visto sul sagrato, al riparo dalle intemperie notturne, alcuni “barboni”, in un caso c’era una famiglia intera, papà, mamma e bambino che dormivano tra coperte e cartoni. Mi hanno provocato un disagio minore di quelli che a volte incontro in stazione a Padova. Soprattutto lo sguardo dei passanti era meno indifferente, più umano, si capiva che era stato educato, che probabilmente avevano visto un esempio di accoglienza di queste persone.

In questi giorni di Buenos Aires ho visto ben poco, senza volerlo l’ultima sera mi sono trovato in mezzo ad una manifestazione pacifica di popolo (forse un paio di milioni) che gridava libertà. Uno striscione su tutti recitava: “Abbiamo un Papa argentino, vogliamo un governo argentino”. L’impressione generale è di un paese bello, ricchissimo di potenzialità e con una sola necessità: essere guidato bene. Come l’Italia.



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