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CARCERI/ Da Buenos Aires: e se portassimo il "libero mercato" dietro le sbarre?

NICOLA BOSCOLETTO parla dell'evidente fallimento globale del sistema carcere, conclusione a cui si è giunti durante il simposio “Il lavoro nel carcere e la recidiva” in corso in Argentina

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In questi giorni mi trovo a Buenos Aires per un simposio di quattro giorni su “Il lavoro nel carcere e la recidiva” a cura dell’Unione europea. L’iniziativa rientra nel progetto EUROsociAL, un programma per la promozione della coesione sociale in America Latina. Sono presenti rappresentanti di tredici paesi latinoamericani, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Panama, El Salvador, Nicaragua, Perù, Messico e Uruguay, oltre a Italia, Germania, Francia e Spagna. Ma vengono riferite esperienze di tutto il mondo, dalla Cina alla Russia, dalla Norvegia all’Irlanda del Nord, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna.

Il dato che emerge a livello mondiale in modo inequivocabile è uno solo: il fallimento globale del sistema carcere. La recidiva, che oscilla tra il 70 e il 90 per cento, è una costante in tutti gli Stati. Costi incontrollati, insicurezza sociale, incremento della popolazione detenuta sono comuni a tutti i continenti. Il Brasile è passato in dieci anni da 236mila a 550mila detenuti. Gli Usa, con due milioni 200mila detenuti, in vent’anni hanno visto crescere del 570 per cento la popolazione detenuta. Poi ci sono le situazioni locali. In alcuni Stati sono più sentiti i problemi della carcerazione femminile e dei figli delle donne detenute. In altri l’età media dei reclusi non supera i 30/35 anni. Molti delegati lamentano la corruzione tanto della politica quanto della polizia penitenziaria.

In questo quadro desolante brillano alcune esperienze. Ad esempio quella delle Apac in Brasile nello Stato del Minas Gerais. Si tratta di circuiti differenziati in strutture integrative del sistema penitenziario brasiliano dove la recidiva scende all’8,5 per cento. In queste strutture gestite da civili e da volontari, ma sotto la costante vigilanza dei giudici del tribunale di competenza, non è presente la polizia penitenziaria e il detenuto è chiamato “recuperando”. Sono presenti al simposium anche i rappresentanti della Fondazione Avsi Brasile che fornisce alle Apac assistenza tecnica attraverso un programma del dipartimento dei Diritti umani della stessa Unione europea. Anche in Cile ci sono esperienze analoghe come i Cet (centri di educazione e lavoro). Grande anche l’attenzione per il sistema delle imprese sociali italiane rappresentato dal consorzio sociale Giotto.

Il mio intervento riguarda proprio il tema “Il lavoro come pilastro del reinserimento, della redenzione del detenuto, il caso Giotto”. Riporto prima di tutto il saluto del capo dell’Amministrazione penitenziaria italiana Giovanni Tamburino e poi racconto l’esperienza della cooperativa Giotto e di tutte quelle cooperative sociali che da Padova a Milano (in particolare nel carcere di Bollate), da Torino a Roma, dalla Sardegna alla Sicilia danno da lavorare a circa 2.200 detenuti con una recidiva che arriva a toccare punte dell’1-2 per cento. Un’esperienza che incuriosisce molti. Il Brasile chiede di far partire un progetto pilota per integrare il modello Apac con il modello Giotto/Italia. La medesima richiesta viene dalla Bolivia, dal Cile e dall’Ecuador. Un interscambio dal punto di vista giuridico è giudicato necessario da parte di tutti.