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LETTERA A UN PADRE/ Caro Alberto, tua figlia Elisabetta può "guarire" anche da Satana

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Elisabetta Ballarin (InfoPhoto)  Elisabetta Ballarin (InfoPhoto)

Alberto conosceva bene se stesso ed era di una autoironia impagabile. Nascondeva visibilmente con il suo perenne buon umore, con le sue battute e i suoi scherzi, la nostalgia per una esistenza che avrebbe voluto più tranquilla e ordinata. Non poteva derogare però dall'affetto e dal rapporto con quella sua bambina, che spesso lo accompagnava persino nei ristoranti milanesi dove, dopo il pranzo, si giocava a “scopa”, con Gianni Brera, con la signora Erminia Moratti, con Gian Maria Gazzaniga e con tutta quell'umanità che popolava la grande Milano di un'altra epoca.

All'apparenza, per tanti anni, Alberto Ballarin sembrava non avere un'età precisa. Poteva a volte apparire come un ragazzo invecchiato o un vecchio giovanile. Quando arrivò alla ribalta della cronaca nera l'orrenda storia delle “Bestie di Satana”, Ballarin invecchiò realmente, di colpo, come travolto da un dolore lacerante. Il delitto in cui restò coinvolta sua figlia Elisabetta era stato consumato addirittura nel suo piccolo “rifugio” di Golasecca, uno chalet vicino al Lago Maggiore, a cui teneva moltissimo. Alberto deve aver vissuto tutta quella tragedia come una maligna beffa del suo destino.

E non ci voleva credere, continuava a porsi domande angosciose, quasi cercando di sfuggire da una realtà che gli appariva troppo crudele. Nei risvolti di questa cronaca frammentaria c'è proprio l'immagine di una tragedia nella tragedia. A cui non ci si riesce ad arrendere se non si considera invece, realisticamente, che il male convive con noi, che esiste proprio una “banalità del male” a cui non ci si deve arrendere, sapendo che il rischio è solamente dietro l'angolo di qualsiasi momento della vita.

Ci permettiamo di dire che, per chi è stato amico di Alberto, la domanda di grazia di Elisabetta, il suo impegno di studio, il suo difficile percorso di recupero appare come una speranza dopo una lunga “stagione tormentata”. Non ci permettiamo affatto di entrare nel merito. Diciamo solo che il tentativo che Elisabetta sta facendo è già un fatto positivo, è una fiammella di speranza. E' per questa ragione che possiamo aggiungere qualche riga alla impossibile lettera da scrivere ad Alberto: “Riposa in pace, commodoro, la tua bambina può farcela”.



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