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EUTANASIA/ Albertazzi, perché pentirsi di non aver ucciso Anna Proclemer?

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Quando l’amore è pazienza, misericordia e consolazione (mi viene in mente, prosaicamente, l’amore assoluto di Highlander per la fanciulla della giovinezza, diventata una vecchia stanca, eppure sempre unica e bellissima, agli occhi di chi le aveva dedicato l’eternità, non solo una vita).

L’ideologia, quella è più pericolosa. Di chi crede che sia libertà suprema togliersi la vita, di più, un diritto. Di chi di una debolezza, di un portato della solitudine o di uno strabismo esistenziale (non si vale per quel che si appare) fa una battaglia “civile”, vien detto. Così parla Giorgio Albertazzi, raccontando di non aver mai ceduto a quella richiesta. Giustamente. Non per vigliaccheria, ma per amore. E che adesso si vergogna di non aver detto sì, di non aver esaudito quel desiderio. Si vergogna della sua umanità piena, di ciò che è naturale e bello.

Anna Proclemer ha avuto una vita grandiosa, ricca, fortunata, lunga. Privilegiata. Senza gravi malattie. Si può comprendere, dicevamo, la stanchezza di una vecchia, il triste pensiero di un destino comune, che tutti ci turba e tormenta, al di là di ogni fede. Perché ci tocca l’ombra, e sarà per sempre? E’ la domanda cui nessun uomo può sfuggire, tenerla desta fino all’ulto battito di ciglia è la sfida: possiamo privare una persona amata di questa pienezza, di questo ergersi, umili ma fieri, davanti al compimento ultimo? No, la grandezza di un uomo non merita questa privazione. Questo scacco alla sua possibilità di giocarsela, e capire. Forse di trovare, perché no, il senso e la pace.

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