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Cronaca

ABORTO/ Il medico: ci vogliono primari "illuminati" per non finire in carcere

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Non è così facile decidere quanto un medico possa entrare o no nella catena dell'aborto. Però ripeto: se una donna è ricoverata e sta male, il medico deve prestarle soccorso.  

 

Può succedere che un medico si trovi da solo, senza un sostegno da parte di altri colleghi, tanto da arrivare a situazioni come quella del caso in questione?
Spesso ti trovi a dover prendere decisioni rapide. Bisogna decidere come muoversi, ti chiedi se fai bene o fai male dal punto di vista morale. C'è anche il rischio di rimediare denunce; oggi viviamo in una società abituata a "pensare male" di tutto e di tutti, una società nella quale si cerca in tutti i modi di ottenere risarcimenti in denaro. Hai sempre gli occhi puntati addosso, se ti muovi o non ti muovi rischi sempre di sbagliare. C'è un carico di tensione notevole e lo dico anche per i non obiettori. Un medico ha sempre paura di muoversi nel modo sbagliato e di subirne le conseguenze legali. A questo va aggiunto il grande problema morale che abbiamo noi medici obiettori. 

Medici in prima linea, è proprio il caso di dirlo.
Dipende anche dal reparto in cui lavori. Come dicevo prima, molto dipende da come il primario imposta il rapporto con gli obiettori di coscienza e se ha personale sufficiente per evitare che un obiettore debba essere costretto a intervenire comunque nella catena dell'aborto, in qualsiasi momento. Ci sono reparti nei quali non è possibile rimanere fuori almeno dalla procedura delle dimissioni. Ci sono poi zone d'ombra che riguardano soprattutto i consultori. Ma si tratta di una questione delicata. Dipende molto anche dall'attenzione che i tuoi colleghi hanno nei tuoi confronti.

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