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VINITALY/ Una poesia di parole e pensieri che turbina dentro un bicchiere

Pensieri improvvisi e confusi prima di partire per l'evento più importante dell'anno, almeno per me: il Vinitaly di Verona. E ora ve li racconto. Parola di PAOLO MASSOBRIO

Un bicchiere di vino degustato (Foto: Infophoto) Un bicchiere di vino degustato (Foto: Infophoto)

Pensieri improvvisi e confusi prima di partire per l'evento più importante dell'anno, almeno per me: il Vinitaly di Verona. E cosa pensa uno che, per il 28° anno, fra pochi giorni, incontrerà centinaia di produttori, di colleghi, di persone? Pensa a Jannacci, devo esser sincero; penso a quei dipinti vocali sulla Milano della mia gioventù, alle nebbie e alla voce sguaiata (“sun sciupà, sun sciupaa, sun sciuupaaaa!”) che era come un grido di gioia e di mestizia nel medesimo tempo: come le nebbia appunto, che vela e svela, che è mistero e verità, abbraccio e solitudine, paura e sicurezza. Jannacci e Milano, Milano e il Milan. Posso andare avanti? Attenzione: il Milan e Rivera, Rivera e Rocco, Rocco e la Barbera, il vino e Giacomo Bologna. E siamo al Vinitaly del 1985, il mio primo Vinitaly, quando Giacomo usciva col Bricco dell'Uccellone del 1982 e il suo stand era affollatissimo. Giuan Brera aveva detto che era un nebbiolo e apriti cielo: Veronelli lo aveva insultato. Che mondo strano e vivace quello del vino, dove i giornalisti sportivi scrivevano di cucina (a casa di Giacomo conobbi Gianni Mura) ed erano i migliori perché un giornalista sportivo sa usare bene la penna, dovendo scrivere pezzi lunghissimi praticamente sul nulla, attorno all'oggettività di un risultato. Anche Sandro Bocchio, col quale fondai la rivista Papillon nel 1991 è di quel genere, oggi in forza a Tuttosport. E così Roberto Perrone, da leggere tutti i sabati sul Corriere della Sera (bravissimo anche lui, campione a scovare i particolari di un paese o di prodotto). Ma Giacu Bologna aveva in comune un'altra faccenda con Enzo Jannacci: il medico. E qui si apre la storia dei medici cantautori. Il nostro fa di nome Paolo Frola, medico di Rocchetta Tanaro, cantautore surreale, quasi come Jannacci per certi versi (verso è la parola appropriata) se penso a canzoni come “lettera di un dissociato mentale al suo medico della mutua” o “Prova Gabbiani”. In quelle serate a bere Barbera (ma questa era l'Italia viva degli Anni Sessanta e Settanta, traghettata fino alla fine degli Anni Ottanta... poi s'è accasato il benessere e abbiamo smesso di divertirci con poco); in quelle serate dicevo, Gianni Mura era capace di prendere carta e penna e di scrivere una canzone per Paolo Frola, forse la più bella: “Il mio paese non è una sorpresa, son dieci vigne sei case una chiesa; il mio paese non è una scoperta, ma il cielo è una coperta... sulla campagna stesa”. E intanto Gianni Rivera raccontava che Giacomo dava il vino in damigiana solo a suo padre e a Rocco, il paron, che non lo faceva toccare ai giocatori. La Milano di Jannacci, quella che era al suo funerale per intenderci, aveva il volto di un mondo di gente che si incontrava, inventava... e cantava. Non s'era ancora imborghesita tanto che oggi non riesce ad uscire da un certo pantano. Anche il Vinitaly con Giacomo Bologna era una festa e nel suo stand c'erano Paolo Frola e Bruno Lauzi, Gianni Basso e Gianni Coscia, perché il vino era vita, era gioia, era canto. Dopo di loro è rimasto il vino, magari più buono, ma s'è spenta la stoffa umana, incravattata e senza quello sguaiato sorriso che non aveva timore del proprio futuro. Il sorriso di Jannacci o di Giacomo, di chi aveva già avuto tutto. Perché bastava esserci. Con un bicchiere di vino. Il paradiso.

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