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IL FATTO/ Morire ad Aversa a 15 anni, ma vivere per che cosa?

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Avere 15 anni ad Aversa e trovarsi a mezzanotte col cuore spaccato. Avere 15 anni ad Aversa ed essere nipote di un boss; avere per migliore amico il nipote di un altro boss e per altri amici cognomi che fanno Schiavone, Zagaria… I ragazzi coinvolti nella rissa tra adolescenti ad Aversa, l’altra sera, si chiamavano però Paolo, Massimo, Vito, Totò e Antonio. Si fa per dire, nomi normali, insomma, ma nomi propri. La famiglia pesa già sulle loro spalle, con quei cognomi che significano cosca, faida, omertà, morte.

Avere 15 anni ad Aversa e trovarsi in piazza, in queste sere che già fanno presagire l’estate, tiepide sere d’aprile. Si chiacchiera, si parla di ragazze, si spettegola, si litiga. Si fa anche a botte, talvolta. Ma un coltello che ti si pianta nel cuore, quello non lo puoi prevedere. O forse sì. Stamane leggendo il giornale ad alta voce una signora al bar commenta: è normale, laggiù. Siamo a Roma, dove non è che quanto a sicurezza ce la passiamo bene. Ma quel laggiù dà l’idea della distanza abissale, di vita, di cultura. Un altro mondo, che pare irredimibile.

Avere 15 anni ad Aversa e non poter scegliere: non sono sicura che i vari Totò e Vito o Michele possano avere in mente un altro modo di rapportarsi con gli altri che non sia sopruso, sopraffazione, intimidazione. Hanno imparato così, da piccoli, a vantarsi della paura per i loro parenti; a veder madri e sorelle e zie inchinarsi complici e compiaciute ai loro uomini duri, orgogliose di far parte della casta giusta, quella che comanda. Qualcuno lo prendono, qualcuno muore ammazzato. Sono titoli di merito, bandiere da ostentare in faccia ai carabinieri e alla gente qualunque, che abbassa la testa e non ha più coraggio, né speranza.

Avere 15 anni ad Aversa: dove la cosa più ingenua e innocua quand’eri più piccolo era tuffarsi nelle fontane del parco della Reggia di Caserta, un gioiello di architettura e arte che sta andando in rovina. Come a dire: faccio quello che voglio, io posso. Chi li caccia, dei ragazzi con cognomi tanto pesanti? Chissà cos’ha spinto quel disgraziato diciassettenne ad aggredire nella notte dei coetanei, mentre si parlava all’aria di primavera. Sapeva di segnare la sua condanna? Sapeva, e non poteva farne a meno, per un richiamo di sangue che qualcuno gli aveva inculcato? O fatalmente sta già piangendo, implorando la prigione, e la pietà per i suoi familiari?

E’ questa la legge, laggiù. Laggiù. Toccherebbe ribellarsi ad uno Stato che in un secolo e mezzo non ha saputo spiegare, imporre la giustizia, il rispetto, la convivenza pacifica. 


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COMMENTI
09/04/2013 - Si vive perché si è nati x Amore (claudia mazzola)

Quei bambini da piccoli erano come i nostri, e da grandi uguale. Se invertiamo le residenze sarebbe lo stesso per i nostri figli. La soluzione? Non so. Ma non costa proprio niente volersi bene.