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JOLLY NERO/ Genova, tradita dal suo porto, deve tornare ad essere "figlia"

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Una corona di ferro e due mani come intrecciate: è tutto quello che rimane della Madonna del Mare, incastonata nella Torre dei Piloti sul molo Giano di Genova nel 1997, distrutta insieme alla torre stessa martedì notte dalla nave cargo Jolly Nero. E adesso, più passano le ore, più quei “resti” della statua assumono una valenza simbolica, quasi profetica. 

E i motivi sono tanti. Anzitutto perché Genova è la città di Maria: la stessa etimologia (quella derivante dal latino ianua, porta) accomuna la città alla Madre di Cristo, porta del Cielo. Come Genova è la porta del Mediterraneo per coloro che vengono dalle terre del nord, così Maria è il punto dove la terra si apre al Cielo e dove il Cielo svela la Sua Misericordia. Maria e Genova sono indissolubilmente legate da una devozione che si estende per tutta la Liguria, dal Monte Figogna a Savona, da Soviore alla pianura Ingauna. Ferire Genova è ferire Maria e quelle mani intrecciate, segno di una preghiera accorata ed estrema, sono lì a testimoniare come l’incidente dell’altra notte non sia stato qualcosa di banale. 

A essere colpito è stato il Porto, il cuore oggi malato di una città già in ginocchio a causa della crisi economica, il simbolo per secoli di una superiorità incontrastata, costruita sulle virtù di quei marinai che la Torre dei Piloti doveva proteggere e custodire. Invece è bastato poco, un’avaria, una svista, una scintilla, per mettere a nudo che la Genova mitica, Signora del mare e dei porti, forse non c’è più. La città si è scoperta debole, fragile, in balia della natura (come per l’alluvione del 2011), ma ancor più degli uomini. 

Perché sono gli uomini che hanno tradito Genova. Forse progettando una torre poco solida, forse non controllando il cargo a dovere prima della manovra, forse non eseguendo correttamente la manovra stessa, forse non fermando la nave in tempo. Nessuno sà dire qualcosa, ma oggi - come con il torrente Fereggiano lo scorso anno - prendersela con la natura o col Fato non basta: c’entra l’uomo. Un uomo sempre più abbruttito, ripiegato su se stesso, privo di quel rapporto maturo col mare e con l’ambiente che davvero lo può custodire e proteggere. Oggi, come all’inizio della storia, gli uomini si trovano ancora a dover temere la natura, ad esorcizzarla con le loro tecniche, incapaci di dialogare seriamente con l’acqua, con la terra, con l’aria e col fuoco. 

Per questo quelle mani e quella corona dicono molto di più di una statua cristiana che non ha saputo fermare l’orribile tragedia: dicono di un uomo che ha rotto i legami con la propria terra e con la propria madre, di un essere umano che si crede adulto perché indipendente o autonomo, capace di giocare con tutto, anche con la vita umana. 



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