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SUICIDA PER REALITY/ Di chi è la colpa se abbiamo bisogno di essere amati?

Pubblicazione:venerdì 10 maggio 2013

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L’altra sera tornando a casa, in una delle strade più trafficate di un quartierone romano, l’ho visto, il panico: occhi alzati e sbarrati per il terrore, traffico rallentato, clacson e grida, via vai di macchine della polizia e uomini delle forze dell’ordine al telefonino. Un uomo, un ragazzo, pareva, voleva buttarsi giù dal balcone, piano alto, e contemporaneamente si teneva un coltello alla gola, poi al cuore, mancava solo il cappio minaccioso ala ringhiera. Ironia fuori luogo, si dirà. Perché la scena era da iscrivere al registro del grottesco, ma del comico, a sentire quel che confabulavano  carabinieri e a seguirne l’evoluzione. 

Sarebbe sceso, si poteva trattare. Cosa voleva? Lavoro, presupponiamo. Capita spesso, purtroppo. Una protesta plateale, che so, per parlare col Presidente, per attirare l’attenzione. Più o meno. Ma non su una vicenda drammatica personale o collettiva, manco per chiedere l’ineleggibilità di Berlusconi (c’entra sempre, vedi mai). No, quel ragazzo, non un adolescente, quasi sulla trentina, avrebbe desistito dai propositi suicidi in cambio di qualche telecamera e la partecipazione a un reality. Detto, fatto, ragionano abilmente con l’aiuto di consulenti medici i nostri angeli in divisa, attrezzati a vederne e sentirne di tutte. E nel viale, tra sguardi ammirati e allibiti ecco spuntare una limousine color caramello, vetri oscurati, con tanto di troupe televisiva al seguito. Eccoli qui, sono venuti a prenderti, ti aspettano in televisione, gli hanno detto. E lui è sceso, dal portone, incantato alla vista, ansioso dell’incontro tanto atteso col destino agognato. Come da barzelletta, purtroppo, l’hanno trattato con ferma pacatezza, lusingato con sorrisi, e appena salito in macchina, l’hanno disarmato e affidato ai neuropsichiatri. 

Ora, potremmo stare a lungo a discutere sull’invadenza dei media nella nostra esistenza, su quanto abbiano sostituito, e con quali danni, l’educazione e la cura di adulti che siano maestri. Possiamo ancora parlare di quanto la finzione rappresenti l’unica realtà desiderabile, quando la realtà fa schifo. Potremmo scomodare ancora una volta massmediologi e sociologi e pedagogisti. Mah. Mi viene in mente una sortita recente della nostra presidente della Camera, commento amaro alla folle sparatoria di piazza Montecitorio e alle tragedie dei suicidi per lavoro. La crisi rende le vittime carnefici. Che c’entra? C’entra, perché è prassi attribuire le colpe o le debolezze degli uomini alla società. 

Siamo tutti figli di Rousseau, che ci ha convinti che non siamo noi, il nostro male, con o senza la M maiuscola, ad indurci a commettere sbagli o reati. No, è l’ambiente, la società. Così, anche il ragazzo salvato da un finto reality, protagonista di un reality vero, sarà così pour cause, solitudine, inadeguatezza della famiglia, mancanza di un lavoro, emarginazione, bullismo da piccolo, che so, ce n’è una lista di colpevoli possibili. 


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