BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IUS SOLI/ E se il ministero dell'Integrazione lo dessimo ai bambini?

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Sono stranieri il 72% dei lavoratori domestici, l’11,5% dei commercianti e il 17,3% dei costruttori. Siamo in una società multietnica, multireligiosa e multirazziale. Negarlo, significa non solo essere fuori dal tempo, ma volersi opporre ad un cambiamento che sta portando grande ricchezza. Certo, esistono anche problemi sociali e talvolta anche di ordine pubblico (pensiamo agli sbarchi massicci sulle coste di qualche anno fa), ma questo fa parte della dinamica stessa del mondo aperto e connesso nel quale viviamo oggi. 

Qualche anno fa nel suo Sfere di Giustizia Michael Walzer, parlando proprio del tema dei lavoratori ospiti diceva: “I cittadini democratici hanno dunque una scelta: se vogliono far entrare nuovi lavoratori, devono essere pronti ad allargare l’ambito della loro appartenenza, e se non sono disposti ad accettare nuovi membri devono trovare il modo di far svolgere il lavoro socialmente necessario entro i limiti del mercato interno del lavoro. Non hanno altra scelta. Il loro diritto di scegliere deriva dall’esistenza di una comunità di cittadini in questo particolare territorio, e non è compatibile con la distruzione della comunità o con la sua trasformazione in un’ennesima tirannia locale”. Allargare l’ambito dell’appartenenza e rifuggire la tirannia. Due obiettivi che sono strettamente connessi con il dialogo interculturale e la voglia di andare incontro ad un mondo diverso, con meno tensioni e più opportunità per tutti. 

In questo percorso che il mondo sta facendo, o meglio sta cominciando a fare, credo che un ruolo determinante sarà giocato dai bambini. Quest’anno ricorre il 70esimo anniversario del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, un testo che ha mantenuto inalterata la sua forza nel tempo e rimane di grande stimolo. “Se − dice il Piccolo Principe − vi ho raccontato tanti particolari sull’asteroide B612 e se vi ho rivelato il suo numero, è proprio per i grandi che amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre? Allora soltanto credono di conoscerlo”. 

La pensano nello stesso modo i miei figli che frequentano scuole pubbliche, dove il dialogo interculturale è quotidiano perché la loro esperienza in classe, ogni giorno, è basata sul confronto e l’integrazione con bambini di diverse culture e provenienze. E che si tratti di qualcosa di naturale e spontaneo, lo testimonia il fatto che quando un adulto chiede loro: “Ci sono bambini stranieri nella tua classe?”, loro prontamente e con sicurezza rispondono: “No”. 

Dialogo interculturale significa tornare bambini. Aver voglia di conoscere. E non avere fretta di diventare grandi, imponendo agli altri la propria visione del mondo. E lo ius soli non è il problema più importante.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
05/08/2013 - Da maggio ad agosto (luisella martin)

Non cambia niente. Il relativismo impera. Se il piccolo italiano diventa ciellino o comunista, grillino, leghista o carismatico non fa niente, l'importante é che non diventi un signor Rossi qualsiasi, cioé uno normale, uno che non si nasconde dietro una bandiera, un vero uomo insomma. Perché solo i bambini capiscono, solo i bambini sono buoni ... allora usiamo la matematica solo per contare i soldi, non per contare i poveri, bambini o adulti che siano! Qualcuno che ha il coraggio di andare contro corrente e testimoniare Cristo c'é? Oppure i giovani si limitano ad applaudire Carron?

 
12/05/2013 - IUS SOLI e amaretti (dario ceriani)

Nel 2010 (mondiali di calcio) un ragazzino, somaticamente in magrebino,girava per Saronno su una biciclettina sgangherata dove, tutto orgoglioso, aveva issato il tricolore: quello era già italiano nella testa perchè tifava azzurro. Forse non era neppure nato in Italia ma era qui da tempo sufficiente per gridare "Italia, Italia !".Se uno nasce in Italia e fa: scuola materna, elementari, medie, superiori,va all'oratorio o bighellona per strada, gioca a calcio,fa il tifo per X, canta Vasco, magari diventa ciellino o carismatico, comunista, grillino, pidiellino, leghista, o resta un cazzone come migliaia di piccoli Sig. Rossi, alla fine si dovrebbe impegnare di piu' a non essere italiano che ad esserlo. Ma che esame di italianità potrà mai esserci piu' veritiero di tutto ciò che avrà fatto (o non fatto)nei 18 anni precedenti? In quel momento se l'Italia non sarà riuscita a fare di quel neonato bianco, giallo, ocra o nero un buon italiano è meglio che dichiari fallimento perchè avrà fallito anche con molti altri giovani Sig. Rossi! Tutt'altro discorso è per chi arriva in Italia con una mentalità già formata da culture distanti dalla nostra e non escludo anche contrarie alla nostra. Qua sì vedo necessario un percorso piu' lungo, come quello che io dovrei fare se volessi diventare cittadino di Chiasso! Basta adattare il Guglielmo Tell alla storia di Roma... C'è materia da discutere ma una cosa mi pare ovvia: chi nasce in Italia l'esame non dovrà mai farlo;la nostra società forse sì.

 
12/05/2013 - Un po' di sana prudenza (Giuseppe Crippa)

Confesso di non aver capito granché delle tesi presentate dalla “se dicente” Lucia Romeo, se non che i bambini non considerano stranieri i propri compagni di classe, coi quali condividono lo studio ed i giochi, nonostante le fattezze ed il colore dalla pelle differenti. Bene, però non dimentichiamo che non sono i bambini a pagare le tasse e quindi a dover sostenere i costi che un’applicazione scriteriata (ricongiungimenti e benefici vari a seguito di gravidanze portate appositamente a termine in Italia) dello “Jus soli” comporterebbe.