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J'ACCUSE/ L'esperto: chi ha "diritto" ad una morte pubblica?

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Un malato sofferente (InfoPhoto)  Un malato sofferente (InfoPhoto)

La vita non si configura in effetti come un bene a cui il soggetto possa rinunciare con un atto positivo, dal momento che rappresenta la condizione di esercizio dei diritti medesimi, della stessa libertà. 
È d’altra parte così contrario alla natura e alle tendenze umane ricercare attivamente la propria morte che ogni volta che tale dinamica si attua è sempre lecito ipotizzare una condizione di debolezza estrema, di prostrazione psichica, di abbandono o di solitudine che rendono ambigua la stessa autonomia decisionale del soggetto. Basterebbe questa sola eventualità per far percepire l’azione di indurre e sostenere il suicidio da parte di un medico o di una struttura sanitaria come un potenziale abuso. Non è un caso che – almeno finora – una società afflitta da un massiccio ricorso al suicidio non sia identificata come un modello di civiltà ma come teatro di profondi problemi sociali. Una politica assennata cercherebbe infatti in questo caso di disinnescare la spinta autodistruttiva, e non di promuovere il suicidio per legge. Fra l’altro, la sentenza di Strasburgo afferma che l’anziana signora sia stata violata nel “suo diritto al rispetto per la propria vita privata”. Una vita privata che verrebbe invece rispettata attraverso la somministrazione di una morte pubblica?



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