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Cronaca

KABOBO/ Meluzzi: nella sua testa ronzano le voci della nostra solitudine

Mada KaboboMada Kabobo

È un sintomo molto grave quando la vittima di un'aggressione agisce con passività e rassegnazione e testimonia la sua sfiducia nelle istituzioni, che crede non siano in grado di aiutarlo. Il punto è che quando si rompe un patto profondo tra l'individuo e la collettività, tra il singolo e lo Stato si crea una dimensione non di comunità ma di alienazione, nel quale l'altro diviene incomprensibile, e la comunità è percepita non solo come impotente, ma addirittura come dannosa.

 

E una società come questa è stata un'aggravante delle condizioni di Kabobo?
L'uomo era probabilmente malato già da molto tempo, ancora prima della sua partenza dal Ghana e del suo viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma sicuramente la sua condizione di totale isolamento ha peggiorato le sue condizioni. Kabobo è passato a quello che gli psichiatri chiamano l'acting out, cioè l'azione. E le conseguenze sociali del suo delirio sono state devastanti.

 

Era, insomma, una sorta di bomba a orologeria...
Esatto: qualcuno si sarebbe dovuto prendere in carico la sua situazione. 

 

Qualcuno potrebbe però obiettare che con tutti i problemi che ha l'Italia, ci manca solo di dover prenderci cura degli psicopatici clandestini.
Si potrebbe anche non farlo, ma, come abbiamo visto, rimuovere il problema e nasconderlo dà dei risultati spaventosi. Siamo davanti a una verità: un delirio non compensato e abbandonato può dare luogo ad episodi di violenza incontenibile. Che tutto si risolva con la doppia semplicistica soluzione di rimandare gli extracomunitari a casa loro e mettere i matti in manicomio, è una scorciatoia che non porta da nessuna parte.

 

Intende dire che i malati mentali sono da curare a scopo preventivo per evitare che esplodano con reazioni incontrollate?
Non solo per questo. Mi permetta di citare papa Francesco, che in una delle sue prime omelie da Pontefice ha insistito sul fatto che le relazioni tra esseri umani sono anche rapporti di “custodia” e tutti siamo in qualche modo – e inevitabilmente – chiamati a custodirci l'uno l'altro. È Caino che, di fronte alla domanda di Dio che gli chiede dove fosse Abele, risponde “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Infatti l'ha appena ucciso: il primo delitto della Storia.

 

Quindi la storia del ghanese con il piccone è quella di un uomo che nessuno ha voluto o saputo custodire.
Già. La sua non è la storia di un immigrato – il suo essere lontano da casa è stata solo un aggravante – ma quella, più semplicemente, di un un malato di mente grave, che lasciato a se stesso esplode in tutta la sua follia. E sia ben chiaro che questo può accedere anche a un malato italiano che non viene fatto curare oppure che è totalmente immerso nel dramma della solitudine. 

 

(Maddalena Boschetto)

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COMMENTI
15/05/2013 - Abbandonato (nicola mastronardi)

Questa persona sicuramente ha avuto contatti con (avvocato, associazione, centro di accoglienza,ecc),perchè qualcuno il ricorso alla sua espulsione l’ha fatto. Questo qualcuno secondo me non ha spiegato a questa persona che l’Italia è una nazione dove ci sono diritti e doveri. Diritto di fare ricorso ma anche doveri, avere un posto dove dormire e un lavoro (so bene che oggi non è facile) e inoltre questo qualcuno non ha preso a cuore la persona ma lo ha trattato come una pratica da espletare per poi abbandonarlo.Fino all’esplosione violenta e disumana. Comunque se il signor Niki Ventola diceva di avere paura di girare a Roma la sera, io ho paura di alzarmi la mattina e andare a lavorare a Milano, perchè di Mada Kabobo abbandonati a se stessi ce ne sono tanti. Grazie

 
15/05/2013 - commento (francesco taddei)

non bisogna giustificare nessuno